Concerti Magazine Lunedì 25 marzo 2002

Superba Settanta

Magazine - Antonino Donato, per gli amici Thomas, classe 1947. Professione? No, di più: Passione: Bassista. Non solo. Negli anni Settanta fu (anche) tecnico del suono. Ma questa è soltanto la punta dell’iceberg perché Thomas visse direttamente quegli anni di fermento musicale.

In quegli anni ricordi quali erano i locali in cui si suonava maggiormente?
«Più che i locali mi ricordo le salette: sotto Piazza della Vittoria c’erano un sacco di cantine, mi pare che si entrasse proprio dai palazzi. Lì ho incontrato Nico Di Palo, Giorgio Usai e Vittorio de Scalzi, poi i Jet (Bimbo Marrale, Aldo Stellita e Piero Cassano, futuri Matia Bazar), nel ’70 c’ero anch’io con i Five Apples Pies. Pensa che dove c’è il Teatro della Tosse, allora c’erano degli spazi per suonare. Non mi pare proprio esistessero dei locali, piuttosto si organizzavano festival. Più tardi, nel ’75, iniziai a frequentare le sale di Sturla e lì sentii i Matia Bazar provare “Cavallo bianco”».

Quando hai cominciato a suonare?
«Era il ’65 e mi chiamarono in un gruppo, gli H4, che suonava alla Piovra, un locale di via Vesuvio dove adesso credo ci sia un deposito di mobili. Mi proposero di sostituire il secondo chitarrista che doveva partire per il militare. Facevamo cover di gruppi beat (Equipe 84, Kinks, eccetera) e qualche brano di chitarra solista degli Shadows (tipo “Apache”). Con questa band ebbi pure l’opportunità di suonare sulle navi da crociera: praticamente ci siamo pagati il viaggio suonando. Nel ’67 toccò a me partire per il militare e, addirittura, mi feci spedire la chitarra elettrica per posta! Nel ’68 con un gruppo di amici formo una band, i Five Apples Pies appunto, nella quale, un anno più tardi, militarono anche due canadesi, conosciuti nei “sotterranei” di Piazza della Vittoria… sparirono appena gli scadde il permesso di soggiorno. Nel 1972, quando lavoravo da Gaggero, conobbi gli Osage Tribe».

Cioè lo storico gruppo genovese che vide al basso Bob Callero e alla chitarra Marco Zoccheddu. Come è andata?
«Mi contattò Marco Zoccheddu, era venuto a sapere delle mie conoscenze tecniche, e mi propose di affiancare un altro tecnico per la tournée promozionale del loro LP “Arrow Head”»

Una tournée? Intendi una vera e propria tournée degli anni Settanta, i festival pop… Cavoli, mi puoi raccontare qualche aneddoto?
«Certo. A Rimini potei assistere ad un concerto dei Genesis. Era il ’72, non erano ancora famosissimi ma comunque inavvicinabili. Mi ricordo ancora le casse Lesley di Tony Banks.
Poi a Gualdo, in provincia di Macerata, facemmo un concerto con le Orme e in quell’occasione modificai una testata di un amplificatore Lombardi. Il costruttore era presente e mi fece persino i complimenti. Invece a Perugia, per un altro Festival Pop, penso nel ’72, c’erano anche i New Trolls: in un ristorante Vittorio De Scalzi improvvisò un pezzo jazz con il sassofono.
Fantastico l’incontro con Peter Hammill dei Van Der Graaf Generator, sulla strada verso Roma per il raduno di Villa Pamphili del ‘73. Solo dopo un bel tratto di strada sullo stesso furgoncino mi resi conto che era lui!»

Tu lavorasti da Gaggero, in Piazza Cinque Lampade, vero e proprio punto di ritrovo per le band genovesi. Ricordi qualche cliente “particolare”?
«Ho un bel ricordo di Fabrizio De Andrè, però passavano un po’ tutti: dai New Trolls a Ivano Fossati, quando era nei Delirium, ai tempi di “Jesahel”. Dietro al negozio c’erano le sale prova quindi il via vai era parecchio. Io però ero un tecnico: ho riparato gli amplificatori e le tastiere di Giorgio Usai, ho schermato le chitarre di Bambi Fossati… cose di questo tipo. Comunque, devo dire che la gente famosa, in fin dei conti, è normale, per niente altezzosa…»

Qual è l’esperienza musicale che ti ha emozionato di più?
«Era il 1988 e mi trovavo al Polo Sud di Sturla. Ad un certo punto sul palco salirono due musicisti di colore. Avevano bisogno di un bassista e io ero lì… non ricordo cosa eseguimmo ma, alla fine, qualcuno mi disse che avevo suonato con Mino Cinelu (Weather Report) e Kenny Kirkland, della band di Sting (il giorno dopo ci sarebbe stato il concerto in Piazzale Kennedy)».

E oggi, Thomas cosa combina? Ha perso il vizio di suonare?
«No, perdere il vizio mai! Sono il bassista dei Box Studio, con cui faccio soprattutto cover di gruppi come i Toto, i Grandfunk, ma anche Matia Bazar, Anna Oxa, Eurhythmics... Ci divertiamo, senza pretese virtuosistiche».

In città ci sono molte band giovanili. Cosa consiglieresti ai ragazzi che oggi iniziano a suonare?
«Innanzitutto porsi un obiettivo riguardo la musica da suonare e poi studiare tanto. Bisogna perseverare di fronte alle tante delusioni che si possono incontrare».


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