Magazine Sabato 16 marzo 2002

Gracias Cacucci

«Quello che ci frega quando pensiamo al Messico è il Carosello, la pubblicità». Pino Cacucci ha gli occhi che ridono, come se parlasse di un amore lontano: «non c’è nessuno che dorme la siesta, forse qualche miliardario…». Eppure è vero, spiega, che la vita scorre con un ritmo diverso. «Tutto sembra più lento, ma è anche più intenso. C’è una filosofia di vita differente: si fanno le cose più lentamente, ma se ne fanno di più», e spiega, tanto per essere pratici, come una megalopoli da 23 milioni di abitanti avrebbe qualcosa da insegnare, in materia di servizi, a una città tutto sommato “piccola” come Milano. «Con questo non voglio dire, ovviamente, che tutto funziona. Il Messico è pieno di contraddizioni. Virtualmente è un paese ricchissimo, ma purtroppo come spesso accade questa ricchezza è in mano a pochi. E quello che colpisce di più è, in situazioni di povertà e disagio, la grande dignità della gente, che mi stupisce e mi commuove».

I messicani, il vero grande amore dello scrittore, autore, tra l’altro, di Puerto Escondido e Ribelli: «se dovessi dire quello che mi manca di più del Messico non direi certo le spiagge, o i tramonti. A mancarmi è il contatto con persone che hanno tanto da insegnarmi. C’è un’energia in loro che mi sorprende». E spiega come, molto spesso, si sia trovato a rinunciare a scattare una foto per non creare una barriera tra sé e la persona con la quale stava stabilendo un rapporto. «Un po’ invidio i fotografi che perdono questo pudore, a patto che riescano a mantenere un certo equilibrio. Io non riuscirei a entrare in una baracca o in una caverna adibita ad abitazione e cominciare a scattare foto a raffica come ho visto fare. Mi viene da immaginare che quaranta giapponesi piombino in casa mia e mi comincino a fotografare: è spaventoso». E racconta di come, in fondo, si vergogni di una delle foto che ha fatto: «c’è un uomo corpulento che suona il basso tuba (foto in alto). Mentre lo stavo inquadrando mi ha guardato, come per dire “che fai? Abbiamo mai mangiato tortillas insieme? Ho scattato e me ne sono subito vergognato».

Quelle di Cacucci sono indubbiamente foto con un’anima. Non l’anima degli indios, che hanno orecchiato la leggenda e allora ti dicono “fotografandomi mi hai rubato l’anima, dammi un dollaro”. Lui si schermisce, spiega che «un grande fotografo è chi riesce a spiegare tutto con un’immagine. Io non ce la faccio, e devo scriverci un commento vicino, per spiegare cosa significa per me». E invece le 52 foto in mostra al Museo di Sant’Agostino fino al 28 aprile (in settimana dalle 9 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 19. Ingresso libero) hanno la capacità di raccontare, anche senza commento. Raccontano di un viaggio lungo vent’anni, di un grande rispetto per un paese che ha molto da insegnare, a patto di essere disposti ad ascoltare. «Noi pensiamo di sapere tutto perché abbiamo internet. Poi vai in un paesino sperduto dove non arriva neppure la televisione e ti metti a chiacchierare con un contadino. Ti parla di politica estera, discute e ti chiedi come faccia a sapere tutte quelle cose. Il fatto è che lui parla ogni giorno con qualche turista, con qualche viaggiatore, e alla fine ne sa quanto noi, e magari ha le idee un po’ più chiare».

E allora il Messico è una patria d’elezione, ma soprattutto una patria dell’anima. Può capitare quindi di cercare di ritrovarne un brandello in ogni posto dove si và, «ma sarei folle se passassi le mie giornate a cercare il Messico ovunque. Sarebbe patologico». Sorride, con la bocca, con gli occhi, una pausa impercettibile: «purtroppo lo faccio».
di Donald Datti

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