Magazine Giovedì 14 marzo 2002

Scrittura e caratteri

di Elena Tettamanti


Ci si siede davanti al computer per scrivere una lettera: un programma ci aiuta a impostare la pagina, a correggere gli errori, a scegliere la grandezza e la forma del carattere. Ma è sempre stato così semplice? Fabrizio Cecchet, architetto e grafico, ci ha aiutati a rispondere a questa e a altre domande.

«Venti anni fa, più o meno quando ho iniziato a fare questo mestiere, la non avveniva con la facilità di oggi; ora tutto è agevolato dall’utilizzo dei computer e di programmi più o meno sofisticati»

Fotocomposizione, cosa significa?
«Era l’insieme dei procedimenti, ottico-meccanici o elettronici e fotografici, per comporre e presentare testi su materiale fotografico. Permetteva solo di controllare che non ci fossero errori sintattici nelle parole, ma non il risultato grafico finale: sul monitor potevi solo vedere scorrere le parole, la lunghezza delle linee era calcolata di volta in volta, potevi decidere solo se rendere il testo a bandiera, giustificato o centrato»

Nel suo lavoro di grafico, quali vantaggi hanno apportato le nuove tecnologie?
«Numerosissimi. Innanzitutto lo spazio. Tutto quello che oggi è racchiuso dentro un computer, prima era costituito da attrezzature ingombranti; la fotocompositrice, per esempio, occupava una scrivania intera. Poi i costi sono stati notevolmente ridotti: per una attrezzatura completa prima servivano decine di milioni di Lire, ora le spese per un computer sono molto più contenute. Per l’acquisto di una polizza, ad esempio, occorrevano 5 o 6 milioni»

Può spiegare cosa era una polizza?
«Erano i font, come per esempio l’Helvetica, il Times o il Garamond in tutte le loro varianti (neretto, corsivo, ecc) sotto forma di lastre di vetro incise. Nella fotocompositrice non erano compresi i font quindi si dovevano acquistare, e ne servivano almeno due: uno più elegante, per i libri, e uno più tecnico, per le brochure. Ma le spese non finivano qui: per i titoli occorrevano i trasferibili (letraset) e per fare un lavoro preciso ci voleva tempo e pazienza; la maggior parte delle volte capitava che presentando il lavoro al cliente non andasse bene e che quindi bisognasse rifare tutto. Era la parte più noiosa: comprare un altro foglio di trasferibili, modificare e ridisegnare il carattere… non si finiva mai»

Dagli anni ’80 al 2000 come è cambiato l’approccio all’uso del carattere?
«Radicalmente. Con l’avvento di Macintosh e dei software grafici si è aperto un mondo diverso: le famiglie di font sono centinaia; si è semplificato il procedimento della composizione grazie al riscontro sul video, si può “giocare” col carattere. Ai tempi della fotocomposizione si utilizzava un carattere base ridisegnandolo, ora esiste un font per ogni situazione e non serve ridisegnare: basta modificarlo a proprio piacimento»

Come avviene la scelta di un font per le pubblicità?
«Dipende dalle necessità del cliente e dal fruitore della pubblicità: se è rivolta a un settore tecnico si privilegia la leggibilità e la semplicità del font, e quindi si preferisce un Helvetica, un Futura o un Times, usando, all’interno, un bold (grassetto) per i punti principali. Se il prodotto è un bene di consumo indirizzato, per esempio, ai giovani, il carattere può essere più estroso, come l’Avanguard e l’impaginato risulta più leggero.
Anche la scelta del colore è fondamentale: per una scritta che pubblicizzi navi da crociera, per esempio, non si userà mai un rosso, ma un blu che esprime sicurezza.
Sono stati fatti moltissimi studi sulle pubblicità e su quanto una determinata scritta, con un determinato colore e un determinato carattere possa rimanere più impressa rispetto a un’altra; il contenuto di una frase o di un testo sono importanti, ma il loro “vestito”, come, cioè, si presentano, attraverso la scelta del loro carattere, è fondamentale».

Foto: Prima macchina fotocompositrice (1936).
Caratteri antichi usati ancora oggi.
di Esame Esame

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