Concerti Magazine Sabato 15 dicembre 2012

Antonio Maggio a Sanremo 2013: «Talent? Il Festival è lo specchio di una nazione»

Magazine - «Dà una strana sensazione trovare tra i big chi ha vinto X Factor l'altro ieri. Se i requisiti esistono, mi chiedo quale sia la loro logica». Ha un po' il dente avvelenato Antonio Maggio, vincitore nel 2007 del talent show insieme agli Aram Quartet, che dopo una lunga carriera solista (e un contratto concluso con la Sony) gareggerà tra i giovani al Festival di Sanremo 2013.
Mentre Chiara Galiazzo, freschissima vincitrice di X Factor, si ritroverà gomito a gomito con i big.

«Nessun pregiudizio per chi arriva dai talent» aveva annunciato Fabio Fazio. E così in effetti è stato nelle scelte di autori e commissione artistica, che in una rosa piuttosto eterogenea - nella quale mancano vecchi habituè del Festival (leggi l'elenco completo di canzoni e cantanti in gara) - ha dato largo spazio alla generazione dei trenta-quarantenni, includendo anche esponenti dell'indie come Blastema, Almamegretta e Marta sui tubi.
Oltre ovviamente a generosi innesti dai talent, come Annalisa Scarrone da Amici o il re matto Marco Mengoni.

«Sarebbe poco intelligente escludere a priori una categoria di cantanti perché sono usciti da un reality» spiega Maggio a proposito dei colleghi «Anche perché il 5% di chi ci esce ha bisogno di essere considerato per il suo valore artistico».

Qual è il problema, allora?
«Che in Italia chi vince un talent show si considera già arrivato. Ma non è così. Le difficoltà arrivano tutte dopo. Anche perché in genere chi si propone in uno spettacolo di quel tipo è un giovane che deve ancora crescere a livello artistico».

«Quando metti qualcuno sulla cresta dell'onda, devi essere sicuro che sappia navigare» ci aveva detto Max Gazzè qualche tempo fa. Sei d'accordo?
«Certo. Anche se io mi considero un caso unico nel panorama dei talent italiani: ho partecipato e vinto X Factor come Aram Quartet, non come Antonio Maggio. E quando ci siamo sciolti ognuno ha scelto strade diverse. Io sono tornato a cantare da solo».

Il marchio di prodotto del talent però ti è rimasto. È un fardello?
«No, non è un fardello. Per me tornare a cantare da solo è stata una rinascita: riparto da me, non da membro di un gruppo che ha vinto X Factor. L'anno scorso avevo provato a partecipare attraverso Sanremo Social, ma non ce l'ho fatta. Mi ha scottato parecchio, anche perché dopo le molte critiche positive e le sensazioni del pubblico ai concerti, credevo di potercela fare».

Quest'anno la direzione artistica è cambiata. E le scelte del cast lo dimostrano. Che ne pensi di questo Sanremo targato Fazio-Pagani?
«Da un punto di vista personale, sono stra-felice di dividere il palcoscenico con artisti dei quali sono un grande fan, come Simone Cristicchi, Daniele Silvestri, Max Gazzè. Ed Elio e le storie tese, ovviamente: appena ho visto il titolo della loro canzone - La canzone mononota - sono scoppiato a ridere. Sarà una cosa geniale, una canzone scritta con una nota sola. Non vedo l'ora di ascoltarla».

Dal punto di vista del pubblico, invece, cosa cambia?
«Il Festival dev'essere lo specchio di una nazione intera. E se penso a mia madre che si aspettava Gino Paoli, credo che rimarrà stupita nel vedere Marta sui tubi o Almamegretta. Però trovo giusta la scelta fatta dalla commissione: bisogna avvicinare a Sanremo un pubblico con un'età media più bassa, considerando categorie di ascoltatori che non si sono mai avvicinati al Festival».

Come ti prepari al Festival?
«Con tanto entusiasmo, anche perché è una cosa che non so quante volte possa capitare in una carriera. In questi giorni sono in studio: stiamo facendo le corse per incidere il disco che uscirà nella settimana del Festival».

Avevi già qualcosa di pronto?
«Sì, un EP. Ma per Sanremo stiamo aggiungendo dei brani nuovi per arrivare ad avere un LP con dieci tracce».

Come descriveresti Mi servirebbe sapere, il brano con cui gareggi al Festival?
«È una canzone che racconta il quotidiano, le scelte che siamo costretti a prendere ogni giorno. Scelte che non sappiamo se siano positive o negative per noi, ma che comunque la vita ci costringe a fare. E che proprio per la loro incertezza danno un piacere interiore».

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