Magazine Martedì 12 marzo 2002

Jazz per matita ben temperata

Magazine - Un libro a ritmo di jazz. Non stiamo parlando della biografia di qualche grande musicista, né della scrittura be-bop di Kerouac. Si tratta piuttosto de Il terzo ufficiale, l’ultimo romanzo (edito da Longanesi) di Giuseppe Conte, poeta e promotore culturale originario di Imperia. «Il ponente ligure non ci regala solo il Festival di Sanremo, ma anche grandi jazzisti, bravi scrittori e affascinanti immigrate» assicura (e rassicura) Sergio Buonadonna, capo redattore del Secolo XIX, introducendo il libro all’auditorium Montale.

Lo scrittore è ovviamente Conte, i jazzisti sono Dodo Goja ed Andy Dulbecco e l’affascinante immigrata è una bionda e bravissima cantante americana, ospite dei due musicisti. Canta Strange Fruits, canzone scritta negli anni ’30 e interpretata da Billie Holliday. Gli “strani frutti” erano gli schiavi, e in genere gli impiccati. «Questa è una canzone che va contro la sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Che è anche il tema del mio romanzo». Un romanzo storico, ambientato nel 1789, nel pieno della Rivoluzione Francese. Ma la vicenda porta lontano, sul mare, su una nave che salpa da Nantes ed è diretta in America. «Nantes a fine ‘700 era il più grande porto negriero d’Europa, con 35 viaggi all’anno e oltre 10000 schiavi trattati» racconta l’autore. «Quando ho scoperto questa cosa ho sentito il bisogno, l’urgenza di raccontarla. E per uno scrittore una storia, un romanzo nascono sempre da un’urgenza».

Un romanzo che racconta il Male, quello terribile perché fatto dall’uomo all’uomo. Sergio Buonadonna ravvisa nel tema della schiavitù una facile analogia con i nostri giorni, con il difficile rapporto tra nord e sud del mondo, con la globalizzazione che tende a sopraffare la persona. Un romanzo di opposizione, quindi. «Proprio come il jazz, che nasce come reazione all’estabilishment di fine ‘800 e come incontro delle minoranze» spiega Buonadonna. Che conclude con un invito a tutti, soprattutto ai giovani «mutuando Borrelli: leggete! Leggete! Leggete!». O almeno ascoltate del buon jazz.

di Donald Datti

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