Che lavoro fai? La ballerina - Magazine

Attualità Magazine Martedì 12 marzo 2002

Che lavoro fai? La ballerina

Magazine - Siamo agli ultimi giorni del progetto Genov@giovane. Anche "Lavorare", grazie alle vostre testimonianze, è quasi completo. Avete partecipato in tanti e ve ne siamo grati. Ci vediamo a maggio in libreria.


Eugenia Amisano 27 anni. Ballerina.

Ballerina è il termine giusto?
«Faccio teatro-danza. Racconto attraverso il movimento. Senza fare nomi grossi, come Pina Bausch che ha inventato un linguaggio molto personale, in Italia è raro trovare un teatro-danza che abbia una sua cifra linguistica. Diciamo che si sta ancora ricercando».

Quale è stato il tuo percorso artistico professionale?
«Mi sono diplomata alla Paolo Grassi di Milano, l’unica scuola civica che prevede un corso di teatro-danza in Italia. La formazione è una grossa difficoltà. A Genova ci sono solo realtà formative private, per cui andare fuori è una scelta obbligata. Trovare la strada da autodidatta non è facile. Su Genova poi, le possibilità di far vedere uno spettacolo sono veramente vaghe. Se si fa un paragone con l’estero, primo la possibilità di avere sussidi è praticamente nulla. E secondo, in Francia, Svizzera e, in generale, in Europa la disponibilità di sale-prova è molto ampia».

Ti ispiri a dei modelli?
«Sì, ma del tutto personali. Per l’allenamento fisico raccolgo spunti dall’esperienze formative e professionali che ho avuto. Fondamentali per me le esperienze fatte all’estero. In questo momento lavoro molto con una collega, Erica Giovannini. Nel lavoro che costruiamo insieme la cosa bella è l’affiatamento: una volta conduce lei, una volta io. Per il resto la ricerca è molto legata all’improvvisazione».

Vorreste formare un gruppo?
«L’intenzione è proprio quella, però non ce la sentiamo di limitarci, per cui lavoriamo insieme, ma ognuno poi guarda anche ad altre occasioni. L’idea è di costituire un nucleo per avere una struttura più definitiva».

Dopo la scuola come ci si muove per entrare nel mondo artistico in modo professionale?
«Direi che ci sono due strade. Io ed Erica effettivamente le rappresentiamo con le nostre scelte. Una è quella di voler costituire il proprio gruppo, lavorare esclusivamente su proprie creazioni, quello che ha scelto da sempre Erica. Per quanto mi riguarda, non mi sono mai sentita una coreografa. Preferivo mettermi insieme ad altri e dare il mio apporto. Anche qui però bisognerebbe fare una distinzione, ci sono due tipi di coreografo: quello che prevede tutto nei dettagli e che sottopone il ballerino ad un lavoro stremante; e quello che invece ti fa partecipare».

Perché danza contemporanea e non classica o moderna?
«La danza contemporanea permette libertà. La differenza con le altre sta nel codice. Quello della danza classica e moderna è molto preciso: di costruiscono delle frasi attraverso una serie molto precisa e rigida di movimenti. Per noi invece il movimento ricerca un significato, non è una dimensione tecnica o astratta. È un segno».

Dalla danza alla musica e al canto che come mi dicevi sono altri due ambiti di cui ti occupi. Come si relazionano le tre dimensioni?
«L’avvicinamento alla musica è piuttosto recente. In particolare mi ha affascinato l’universo dei canti popolari e la musica barocca. La musica antica ha un legame diretto con l’improvvisazione. In realtà avendo una mamma cantante di origine spagnola, rintraccio sonorità orecchiate da bambina e uso la mia voce».

Quali sono i limiti di una professione artistica?
«Quotidianamente si incontrano difficoltà pratiche. L’artista italiano è continuamente distratto dalle necessità primarie, se non si seguono strade canoniche. All’estero, e in particolare in Francia, la ricerca di ogni artista è prevista e finanziata e così lo studio. Il lato positivo invece è di poter fare veramente quello che ti nasce dentro. Ognuno dovrebbe ritagliarsi la possibilità, in termini creativi, di scavare dentro di sé ed esprimersi, qualunque tipo di lavoro faccia».

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