Riccardo Caorsi di professione musicista - Magazine

Attualità Magazine Sabato 2 marzo 2002

Riccardo Caorsi di professione musicista

Magazine - 28 anni musicista e docente, Riccardo Caorsi ha deciso di fare della sua passione una professione e ce la sta mettendo tutta.
So che sei docente? “Quella è una parola grossa", mi dice e continua, "Diciamo che divido l’attività in due settori. Quella didattica e da strumentista.”
Insegni a scuola?
“In tre scuole. Due sono associazioni musicali l’altro è il Villaggio del Ragazzo di San Salvatore di Cogorno (vicino a Lavagna), gestito dalla chiesa. Un grande complesso dove hanno aperto una bottega della musica.
Vuol dire che costruisci strumenti o insegni a costruirli?
No, anche se mi piacerebbe molto, tamburi soprattutto, dal momento che sono batterista. La bottega è il corso di batteria per bambini e ragazzi. È un modo per avvicinarli alla musica e allo strumento.
Come strumentista, invece, come ti muovi?
L'attività pratica è più una giungla. Per il momento lavoro qui a Genova, ma sono stato già molto in giro. Suono in due locali in modo fisso.
Hai un gruppo? Sì, è un obbligo che mi viene dal mio strumento. Nei locali sono con “Los Duenters”. Un gruppo che c’è da quasi 15 anni, con il chitarrista Marco Galvagni, e che ogni tanto si rinnova. Il grosso problema è riuscire a suonare quello che piace. Io amo il jazz. Diciamo che quello che mi piace di più suonare lo lascio ai momenti di studio, con formazioni che cambiano di volta in volta.
Comunque la musica la amo un po’ tutta, ascolto di tutto. Quello che vorrei veramente fare è suonare la “fusion”, un genere che fonde più stili, un po’ come è successo con la contaminazione che ha dato vita al jazz. Non sono un purista, piuttosto un eclettico.
Come giudichi la scena musicale genovese? È vivace?
Per dirlo bisognerebbe poter fare un paragone con un’altra città. Io per esempio ho studiato a Milano e mi ricordo che il mio maestro mi diceva che lì la situazione non è tanto rosea. Direi che Genova è in buona salute. Certo è, che ha vissuto un grande momento negli anni novanta. Ora ci sono più gruppi che locali. Però non vorrei essere pessimista. Se penso all’attività didattica, poi, è evidente che ci sono sempre più giovani che si avvicinano alla musica oggi. Dieci anni fa non era così.
Che rapporto hai con il pubblico? Suoni per loro o per te?
Con "Los Duenters" faccio Flamenco e musica latina, cioè musica di intrattenimento e da ballo. Quindi il rapporto deve essere buono. Se suono jazz mi pongo in modo diverso, ma perché anche le musiche sono diverse.
Hai un tuo spazio per le prove per studiare?
Con "Los Duenters" no. È un gruppo atipico. Il repertorio è sempre lo stesso. Personalmente invece ho un locale che divido con un mio ex-insegnante dove studio quotidianamente.
L’iter è affitarsi uno spazio, di solito a prezzi da capogiro rispetto alle condizioni igienico-sanitarie. Poi c’è la questione dello strumento, la batteria presenta difficoltà logistiche.
Ora, spesso, mi esercito nei luoghi dove insegno così evito di ritrovarmi in certi luoghi umidi dove fra l’altro gli strumenti si sciupano. A Genova le sale prove principali sono tre: una a Staglieno, una la Righi e una a Borzoli.
Era questo quello che volevi fare da piccolo?
Ho cominciato a studiare lo strumento a 13 anni. I percorsi musicali sono sempre molto diversi. Il mio non è stato facilissimo, perché la mia famiglia non era molto d’accordo. Per cui ho preso un diploma da ragioniere, di cui non sono per niente soddisfatto, perché una volta fuori mi sono accorto che di pratica non ci avevano insegnato un bel niente.
Oggi studio da autodidatta, per lo più filosofia. Una cosa che mi dà molta soddisfazione. Studio quanto e come voglio. La decisione vera di fare della mia passione una professione è venuta dopo il militare. Sono andato a Milano a studiare.
Praticamente, dopo Milano, cos’hai fatto per diventare un musicista lavoratore?
Ho agito da libero professionista, spedendo curriculum. Ho cominciato in una scuola, la Music Line, dove ero stato studente. Poi in un’altra, la Gastaldi e via così, soprattutto grazie al tam tam. Un’occasione è arrivata anche come rimpiazzo ad un batterista. Però, generalmente, bisogna sbattersi. Questo per quanto riguarda la didattica. Per suonare, invece, il discorso è legato a diverse varianti. Se sei il più bravo, suoni. Altrimenti è necessario proporsi, muoversi tanto e darsi da fare. Le scelte sono molte. Di orchestre che lavorino stabilmente non ce ne sono. Fare il turnista significa seguire un grande cantante, ma a Genova sono pochi e quindi si tratta di uscire da Genova e viaggiare molto.
Non mi interessa diventare il batterista più bravo del mondo. Io a Genova ci sto bene. Vorrei sviluppare la mia professione qui per avere una vita familiare normale. Forse è un po’ più dura, perché bisogna tagliarsi delle opportunità, ma credo che si possa fare.

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