Magazine Venerdì 26 ottobre 2012

«Odio i miei suoceri e non so cosa fare». Lo psicologo risponde

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Magazine - Buongiorno,
le scrivo perche non riesco a tollerare i miei suoceri. Premetto che sono stata fidanzata nove anni prima di sposarmi ma ho cominciato a frequentare i miei suoceri molto tardi, praticamente due anni fa (mi sono sposata lo scorso anno).
Appena conosciuti non mi hanno fatto un'impressione malvagia, persone normali. Sicuramente da subito ho capito che si trattava di persone molto diverse da me. Ammetto che li ho trovati un po' noiosi, ma tutto lì.
Mio marito del resto non ha mai più di tanto coinvolto i suoi genitori nella sua vita. Non li ha voluti alla sua laurea, all'arrivo a destinazione del viaggio di nozze se non gli dicevo io di avvertire che eravamo arrivati non li avrebbe neanche chiamati.

Poi sono rimasta incinta. Da lì già le cose cominciavano a prendere un'altra piega. Ho fatto l'amnio, si sono offerti di ospitarmi la settimana di riposo visto che mio marito lavorava. Io ho detto cortesemente «No grazie» (sottinteso, ho una famiglia...) e loro a insistere.
Da quando è nata la bambina è ancora peggio. Arrivata dall'ospedale me la sono trovata a casa tutte le mattine senza che avvertisse, ormai era la norma. Ho aspettato un po' sperando fosse la novità ma niente, così ho fatto capire a mio marito che francamente non mi andava di avercela tutte le mattine in casa (tra l'altro tutte le mattine arrivava e vedeva che mi alzavo apposta per andarle ad aprire e non stavo ancora tanto bene).
Così lui le ha detto di non venire senza avvertire e lei tutta stizzita - non ci vorrà mica un appuntamento per vedere la ninni? - Guardi mi si è ribollito il sangue. Da quella volta non riesco più a mandarla giù.

Poi ovviamente ci si è messo pure il suocero perchè ho la sfortuna che non agiscono in coppia indi può passare uno al mattino e l'altro al pomeriggio. Tutto ciò corredato da rimproveri di mio marito che mi sgrida perché «tu però tua madre la vedi, così lei vede la bambina più spesso». Tutta questa delicatezza (sarcastica) dimostratami da loro e del resto da mio marito mi ha fatto maturare una intolleranza.
Il problema è che mi rendo conto che mi sto avvelenando e comincio a rivedere in mio marito i suoi e così maltollero pure lui.
Non sopporto l'idea di lasciare la bambina con loro infatti ho deciso che manderò la mia bimba al nido quando rientrerò a lavorare (mia madre purtroppo lavora).

Magari capiterà  ogni tanto - per quieto vivere - (sforzandomi, forse) ma l'idea di dar loro un simile impegno no. Non sarei tornata a lavoro serena. Preferisco far sacrifici economici ma star bene di testa. Peraltro a volte proprio mi sembra vivano in un altro mondo.
In più io non ho convissuto con mio marito prima di sposarmi (grosso errore) e tutto ciò che non sopporto di lui ora capisco da dove proviene. Mai lascerei traviare anche mia figlia.
Mi sento una strega, però purtroppo certe cose sono a pelle. E loro a me non vanno. Mio marito con i miei ha dei rapporti normali ma loro non si comportano come loro.

E comunque alla fine, sfinita dai continui rinfacciamenti perché io a un mese dal parto mi vedevo con mia madre quando mia suocera sarebbe stata ben contenta di farmi compagnia (falso perché appena arrivava si metteva davanti alla bimba come un'ebete a far vocine idiote ad una bimba di un mese, e poi subito si proponeva di portarmela a spasso per lasciarmi riposare: «Te l'ho chiesto? E rispetta questo momento mio!) alla fine ho dovuto cedere e dai miei andiamo una domenica sì e una no a pranzo mentre dai suoi tutti i sabati. Questo in virtù delle magari due orette che mia madre vede la bimba in settimana. Come si fa poi a non prenderli male?

Però nido, posto veto. Ovviamente la notizia non è stata di gradimento ma amen. Già mi vedevo la suocerina che si pregustava impaziente il mio ritorno al lavoro. E No! Si è giocata male le sue carte. Troppo appiccicosa quando non doveva.
Non ne posso più, e la cosa va peggiorando rovinando il mio rapporto con mio marito.
Mi aiuti.

Ele

Buongiorno Ele,
mi spiace che proprio in questo momento che dovrebbe essere di felicità si siano instaurate queste brutte dinamiche che rischiano di rovinarle l'equilibrio familiare. Purtroppo la sua situazione non è così rara, visto che le incomprensioni e le lotte di potere tra nuora e suocera hanno radici lontane nella nostra cultura.
Ma anche se vi sono e vi sono stati usi consolidati attraverso molti anni di storie di questo tipo, non significa che non sia il caso, oggi, all'alba del terzio millennio, di continuare queste pessime abitudini. Anzi, dovremmo tutti rivedere quali sono i ruoli e i comportamenti di relazione più adatti all'attuale assetto familiare e nell'attuale condizione sociale.
E questo vale anche per i rapporti, a volte molto o troppo tesi, tra suoceri e generi. E quindi, alla fine tra la nuova famiglia e le due famiglie d'origine.

Ma perché avviene tutto ciò? Come mai alcune suocere o alcuni suoceri sentono, così forte, l'esigenza di 'imporre" la loro presenza? Perché, insistentemente, si intromettono? Perché tentano di sminuire, vicariare, denigrare e sostituirsi alle nuore, ai generi e, di conseguenza, ai loro stessi figli?
Certo, ci sono tante storie diverse e tante situazioni che vanno capite, una per una, e di conseguenza non credo che ci possa essere un unica risposta, valida per tutti. E neppure credo che ci possa essere una risposta semplice.
Ma, in ogni caso, la sensazione è che non si tratti certo di altruismo, anzi. E quindi, sotto sotto, l'ipotesi è che alcuni genitori non riescano a smettere di decidere, loro, cosa è bene e cosa va fatto per la famiglia.
Prendendosi la briga di farlo anche per la famiglia dei loro figli, che forse continuano a considerare ancora come dei bambini piccoli a cui bisogna dire cosa e come fare. Quindi, se proprio vogliamo definirlo altruismo, allora si tratta di un altruismo così tanto miope che non permette di vedere al di là di se stessi. E talvolta questo impulso è cosi forte che, pur di giustificare questo atteggiamento ci si arrampica sugli specchi accampando le scuse e le richieste o le giustificazioni più incredibili.

Così, in alcune situazioni, mi è capitato di sentire che questa presenza sarebbe un diritto. E di fronte a questa parola, magica, sembra che tutto si debba bloccare. Ma forse sarebbe l'ora di capire, davvero, che senso ha parlare dei diritti nelle relazioni sociali. Perché, come vi sono diritti dei nonni, vi sono anche e altrettanto i diritti dei genitori e, soprattutto, vi sono i diritti dei figli che però, ahimè, vengono spesso travisati. O, peggio, usati come scusa, anziché essere ascoltati e difesi. E non è casuale.
Infatti, scoprendo che tutti hanno dei diritti, si rischia bellamente di tornare alla legge del più forte (e in questo senso i diritti dei più deboli, specie dei figli piccoli, sono perdenti).

Dunque non ne parlerò, perché parlare di diritti, dei diritti di alcuni anziché dei diritti di tutti, diventerebbe solo un modo perverso di nascondersi dietro un dito. Del resto l'altra faccia dei diritti sono i doveri - o meglio il senso del dovere - e il conseguente senso di colpa se non ci si comporta bene. Ma sempre più spesso non si riesce a capire, esattamente, cosa sia questo comportarsi bene.
E di conseguenza, se non si capisce, nemmeno ci si riesce a liberarsi da eventuali sensi di colpa. Purtroppo alcune persone sono particolarmente brave a insinuarsi in questa incertezza e riescono a far sentire in colpa" chi non esaudisce le proprie, personali, richieste, giustificandole come se fossero, per gli altri, un dovere immanente.

Così, anche se, in linea di principio, ci dovrebbe essere un trattamento equo, per tutti, è facile trovarsi, invece, in situazioni imbarazzanti. E arrivare a contare i minuti di frequentazione per sentirsi dire che bisogna essere pari tra suoceri lo trovo estremamente triste. E poi pari tra chi? Tra le due famiglie dei nonni? Neanche fosse una gara. Tra l'altro non sono le uniche figure in gioco!
E la propria nuova famiglia? E la coppia di genitori? Allora, per essere davvero equi, dovrebbe esserci un sabato da A, un sabato da B, un sabato da soli con i figli e un sabato da soli marito e moglie. Cosi sarebbe ancora meglio e rispettoso di tutti. E perché non aggiungere anche un sabato per ognuno dei due genitori? Giusto per poter fare le proprie cose in santa pace? C'è da pensarci, no? Se usiamo questa equità ai nonni A, come ai nonni B, toccherebbe un sabato ogni sei! Giusto per fare le cose precise, altro che senso di colpa se salto un turno.

E a proposito di turni, non oso immaginare con che calcoli algebrici se ne viene fuori nel caso di un contrattempo, di una festa o di una malattia. Ogni scusa sarebbe l'occasione per far scoppiare  un nuovo casus belli? Ripeto, che tristezza.
Oppure sarebbe più serio che si incominciasse a parlare, anche, del senso che dovrebbe avere la vita in comune? Così vorrei sentire parlare dei doveri nel  senso degli obblighi che le persone (i suoceri,le nuore e i generi) hanno nei confronti degli altri, anziché accampare dei diritti per sè. Diritti e doveri che si dovrebbero concordare assieme e non che ognuno sceglie, a suo piacimento, i propri.
E sarebbe anche giusto se non fosse che questo tipo di discorso mi riporta alla memoria cose di circa sessant'anni fa che speravo fossero state superate, in meglio.

E allora? Allora non mi resta che parlare delle speranze per un mondo migliore, dove le persone si fidano tra di loro, dove i familiari sono consapevoli dei limiti del proprio ruolo, dove in famiglia si coopera e ci si vuole bene. Nei fatti e non solo a parole. Un mondo dove se vado in casa di qualcuno chiedo prima il permesso, un mondo dove se faccio un piacere lo faccio a favore degl'altri, e non per un mio personale (anche se nascosto) tornaconto.
Un mondo dove ho il piacere di invitare e di essere invitato a pranzo, ma che non succede niente se declino l'invito. Un mondo dove se ho bisogno di aiuto lo chiedo e chi può mi aiuta, volentieri. E non dove mi ritrovo a essere imbarazzato perché il cosiddetto aiuto mi viene, ipocritamente, imposto o rinfacciato.

Quindi spero che lei riesca a instaurare, attraverso il dialogo, con suo marito e con la propria famiglia e con i suoi suoceri un rapporto di questo tipo. Perché questo è il mondo che ci meritiamo.
Ma non le nego che potrebbe essere difficile e potrebbe incontrare delle forti resistenze al cambiamento. In questo caso temo che non le resterà altra scelta che ritornare a prendere in considerazione tutti i discorsi di cui sopra, che speravo di non dover fare.
Ovvero dovrà puntare i piedi per difendere le sue posizioni e non soccombere all'invadenza degli altri.
Ma si ricordi che se sceglie questa via, è importante che lei usi tutta la sua gentilezza, tutta la serenità e tutta la fermezza possibili.
E spero che la prima persona che le si metterà al fianco sia suo marito.
Perché la sua non dovrà essere una guerra, ma solo la testimonianza di una grande fiducia in un mondo migliore.
Anche per sua figlia.

Saluti,
Dott. Marco Ventura

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