Magazine Lunedì 8 ottobre 2012

Turismo sessuale femminile nel libro di Clara Caverzan 'Goodbye, Habibi!'

Una scena dal film 'Verso il sud' di Laurent Cantet (2005)

Magazine - È l’11 settembre. Le nove e trenta sono già passate e le vite di tutti stanno per cambiare. Virginia, distesa sulla bianca ecopelle di una poppa, sopra una barca ancorata al largo di una piccola baia dell’isola di Lokrum, di fronte a Dubrovnik, si gode un sole asciutto e pungente in compagnia del proprietario dell’imbarcazione: il testimone della sua vita, il suo confidente e amico. Gli altri stanno bevendo il caffè davanti al televisore, giù nella dinette.

«Prima di arrivare dal Cairo all’aeroporto di Milano, avevo già vagliato decine di modi impossibili e devastanti, per la mia persona e per il mio futuro, per continuare a vederlo. Mi sono innamorata di un negro!»
Gli confessa.
L’accentua apposta quella parola, negro, sa che non si deve pronunciare, ma lei lo chiama così perché vuole stupire, far capire al testimone della sua vita che l’ascolta un po’ incredulo, quanto sia forte la storia che è nata.
Lei, Virginia, è innamorata di uno straniero, un egiziano, nubiano, dalla pelle nera, giovane, ventiquattro anni e ventiquattr’anni più giovane di lei, caparbio, predominante, capace di portarla nel suo territorio senza chiamarla, nell’universo Bahr dai confini tutti ben visibili e
delineati, al di fuori dei quali tutto appare così ignoto, irrazionale e perfino intollerabile.

Intollerabile come il fatto che lei fosse dovuta tornare a casa e Mariano, invece, avesse continuato a prendersi il lusso di rimanere e non fosse salito in aereo con lei per l’Italia, ai loro affari, alla loro famiglia.
Una volta partite Gioia e Alice, suo marito era ripiombato in se stesso, e addirittura, un pomeriggio che era venuto Ahmed a trovarli, indossò la galabeya azzurra che Ahmed gli aveva regalato. Seduti vicini, taciturni, dentro le galabeye azzurre ad ammirarsi a vicenda le scarpe nuove, sembravano due fantasmi in simbiosi.

«Sai mantenere un segreto?» Chiede a bruciapelo al suo confidente.
Lui la guarda, si acciglia in una esse, increspa le labbra in una curvetta iperbolica, fa per dirle qualcosa, ma ella gli chiude la bocca: «Quando torni in Egitto?»
«Ottobre… novembre…»
«Ottobre.»
«Perché?»
«Gli devi portare un telefonino.»
«Un telefonino…»
E questa volta ride complice.
«Sì, non riesco a comunicare con lui, lo chiamo al bar della spiaggia del Paradise ma hanno imparato a rispondermi: Bahr’s not here
«Gli avrà detto lui di dire così, chissà quante lo chiamano… Innamorata!? Ma, lo sai vero?… Un egiziano!?… Con quelli?… Sempre il cappuccetto eh!… Vanno con tutte.»

Li chiamano. Dev’essere successo un fatto inaudito. Non si capisce bene. Le loro vite sono già cambiate, ma non lo sanno ancora.
«Sì, lo so ma lui no, è piccolo, sono sicura che non sa niente… di sesso, intendo dire…»
Gli precisa, mentre scende nella dinette, a sentire che cosa sia mai accaduto.
«Gli mando un cellulare con una card italiana che gli caricherò io regolarmente…»
«Vuoi proprio facilitargli ogni cosa…»
«Per forza, lui non è in grado di far nulla, chiunque gli farebbe dei problemi per ogni cosa e in ogni dove…»
«Beh sì… loro non possono accedere dove vogliono… però sono dei bastardi… sono figli di puttana… ricordati sempre che sono arabi!»
«No, lui no!»
«Sei convinta?»
«Altroché! Sì, sì!»

Intanto sono tutti senza parole, senza pensiero e senza fiato. È finita. È finita l’America. In tutti i sensi. Per tutti stavolta.
Sulle sue spalle un fungo implacabile e beffardo le chiazza la pelle come se dei teppisti le avessero spruzzato del cloro a tradimento. Lo vede con la coda dell’occhio. È una delle tante denunce della forza del suo innamoramento.

Gioia invece è carica, carica. È arrivata presto, verso le otto e trenta, dentro un tailleur di Gucci e un omonimo parfum che invade tutto l’abitacolo. Percorrono l’autostrada dirette a Parma al Mercante in fiera, il paese dei balocchi degli adulti. Virginia è al volante ma la sua percezione di guida è quasi nulla. Al padiglione uno, tra gli stands di orologi e borse da collezione, Gioia riceve una chiamata. è Rashid che possiede un cellulare e lo usa quando ha qualche pound in carica, anche per mandarle sms che lasciano senza parole, come quello che diceva: Se io non ti chiamo non è perché non ti amo, ma perché voglio farti sentire la mia mancanza, ed ha un messaggio per Virginia: deve chiamare a questo numero fra dieci minuti per parlare con Bahr.

È un miracolo e Virginia davanti ad esso perde cognizione di se stessa. Cerca un posto appartato che non c’è e si richiude in una toilette. Piega le ginocchia e incurante di ogni genere di batterio appoggia le chiappe sul water e il collo sulla vaschetta dell’acqua. Per fare il numero è piegata in tre, sulle ginocchia e sulla schiena, trema mentre lo digita, preme il tasto ok e attende. Tutto il suo sangue è risucchiato dal buco dello stomaco, ne è uscito ed è già arrivato a destinazione tra le mani di Bahr. Dei piccoli clic, il ronzio, il gracchiare del suono della chiamata internazionale l’apre in due.

«Hello!»
«Bahr…»
«Ciao bella! How are you?»
«Fine, fine, Io, Io… I don’t… Voglio venire, ma è successo… l’attentato… alle torri gemelle… al pentagono, non si può… non posso partire…»
«No cazzo! Fanculo cazzo!»
«Ti mando un cellulare, arriva un mio amico fra una o due settimane… forse… because of the twin towers… se viene te lo porta… così potremo parlare quando vorremo…»
«How are you?» ripete lui «how are you?» ma la linea è disturbata e cade per tre, quattro volte. Poi il disco del try call later. Gli occhi al soffitto di quel grigio metro quadrato e poco più. La preghiamo di richiamare più tardi.
Il volto tra le mani, il cellulare tra il volto e le mani. Si rialza come si fosse iniettata una dose. Esce dalla toilette, si lava le mani e poi con Gioia raggiunge lo stand dei vetri e dei gioielli. Le sue labbra tremano.

di Clara Caverzan

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