Magazine Sabato 23 febbraio 2002

Storia di mia madre e di LG (2)

Parlava sempre ad alta voce e cantava i jingle delle pubblicità televisive. «Li conosco tutti, anche quelli degli anni passati, potrei partecipare a un quiz!».
Diceva sempre alle grasse vicine che vedeva mentre stendevano la biancheria in giardino: «Avermi sposata ha fatto di L.G qualcuno. Io sono il suo lasciapassare, la sua raccomandazione in questa città così attenta al decoro e alla moralità».
Non era per vanità, era la semplice constatazione di un dato di fatto. Era quello che avevo rappresentato nel disegno in modo così efficace: lei, la sua bocca vorace e le nostre piccole vite. Mio padre la lasciava parlare, «ma come, non replichi?» gli diceva, incredula di quella libertà dialettica, del suono della sua voce che rimbombava fra le pareti bianche di quella casa troppo grande e vuota. Stupita del fatto di non trovare ostacoli, che nessuno bloccasse i suoi interminabili monologhi sull’ostilità del mondo, sulle sue scelte perfette, su tutto quello che avrebbe potuto avere dalla vita e a cui aveva rinunciato non senza un filino di rimpianto.

«Ti guardo, mi piace guardarti parlare».
Rispondeva lui. L.G era fatto così, avrei potuto disegnarlo con grandi orecchie. Era nato per l’ascolto, non prevaricava nessuno, era mite e cortese. Questo a lei bastava, sorrideva continuando ad armeggiare in cucina, riacciuffava il filo del discorso che pareva perduto. Tutti avevamo con lei una storia orale, che passava per le sue parole, per i gorgheggi del mattino, per le sue boccacce davanti allo specchio spalmandosi creme profumate di limone. Io, mio padre L.G e anche il cane. Condividevamo in silenzio questo destino e cercavamo di ubbidirle, di rassicurarla in questo suo considerarsi «guardiana della rispettabilità della famiglia».

Mio padre era stato un uomo bellissimo, «aveva la pelle color albicocca, te lo assicuro», mi diceva al mattino, quando, intingendo la sua focaccia nel mio latte, raccontava e raccontava della sua infanzia, del loro primo incontro, della considerevole differenza sociale alla quale non aveva fatto caso, «passando sopra a tutto e a tutti, credimi, caro mio».
Intingeva la focaccia e poi se la portava alla bocca seminando briciole umide sul colletto bianco. Era un gesto disgustoso che ripeteva ogni giorno, come per celebrare un rito. Lei era così indaffarata che non poteva prepararsi una tazza di latte, stava in piedi poi si chinava, intingeva e continuava a parlare, a dirmi di quella bellezza di mio padre, del fatto che grazie all’aspetto fisico e solo a quello era caduta nella sua rete. Io mio padre non me lo figuravo tanto astuto da progettare faticosi tranelli.
Io mio padre lo ricordo già vecchio. Vecchio dentro.


[continua]
di Francesca Mazzucato

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