Magazine Mercoledì 3 ottobre 2012

Avventure, disavventure e riflessioni di una ricercatrice globetrotter

Magazine - La rivista scientifica americana Seed – celebre perché va sempre in controtendenza – l’ha definita una mente rivoluzionaria.
Ha vinto il premio Scientific American 50, che viene assegnato ai 50 ricercatori più illuminati del mondo, e il Grande Ippocrate, ogni anno vinto da un ricercatore che abbia dimostrato di possedere spiccate doti comunicative oltre a quelle scientifiche. Ha quarantacinque anni e un bel personale ma questo non l’ha fermata. Neanche quando a un convegno scientifico – di quelli impostati – un vecchio trombone le ha sussurrato all’orecchio, al posto di una formula, «Non mi ricordavo che avessi un così bel paio di tette». Lei ha mantenuto la calma – ha la fama di essere capace di risolvere i problemi senza perdere la bussola – e gli ha sibilato un gelido:«Non ti rompo la bocca con una gomitata perché sono una persona educata».

È laureata in veterinaria ed oggi dirige un laboratorio di 75 persone, ma è partita da sette. Si chiama Ilaria Capua e dirige il Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie. È una ricercatrice pura con un’anima di ferro sotto un sorriso tranquillo, ha una figlia e un marito scozzese, virologo anche lui, astemio, ma capace di effettuare suonate memorabili al pianoforte quando la moglie gli fa bere del Rioja, notoriamente un vino spagnolo denso e vellutato come il sangue di toro.

È balzata agli onori della cronaca qualche anno fa, esattamente nel 2000, quando ha sviluppato DIVA, la prima strategia di azione contro l’influenza aviaria. Ma è nel 2006 che la Dr.ssa Capua rivoluziona la scienza e più precisamente un tipo di approccio: è la prima donna scienziato a depositare la sequenza del primo ceppo africano di influenza H5N1 in un database open access, ossia aperto a tutti e non riservato a schiere elette di ricercatori ben selezionati.

Da quel momento la ricercano al telefono anche le Nazioni Unite e lei diventa una specie di eroina.
Ciò che l’ha spinta a fare così è stato il suo carattere ed il fatto di credere in quello che fa, oltre a pensare fortissimamente che I virus non aspettano (Marsilio, pagg. 180, euro 16,00), come si intitola il suo libro dove semplicità estrema si inanella con una professione preziosa portata avanti con la determinazione di un monaco benedettino, ora et labora per intenderci.

In copertina, sopra la sua foto, sta scritto Avventure, disavventure e riflessioni di una ricercatrice globetrotter. La Dr.ssa Capua viaggia in tutto il mondo in continuazione, e quindi ha sviluppato una mentalità accademica del tutto lontana da quella tipica di noi italiani.
Secondo lei – ad esempio – ciò che caratterizza i ricercatori americani, diversamente dai nostri, è il cambiamento: «È molto difficile che un ricercatore americano rimanga nello stesso posto per trent’anni».

Di brutto, negli States, però c’è che i barboni, quelli che sono diventati degli sradicati, dei derelitti, nessuno li aiuta. Li lasciano vagare per la strada, senza una luce nello sguardo: non c’è spazio per una sfumatura di grigio nelle loro vite di americani perfetti. In Italia invece qualcuno che li raccatta c’è sempre, la Caritas per esempio. Tutto ciò è poco scientifico ma fa parte delle osservazioni che troverete dentro il libro, dove le pagine sono scritte in un italiano lucido con stacchi isolati mica male («Le donne che partoriscono hanno un’anima di velluto»).

La Capua è riuscita a rendere meno polveroso l’ambiente accademico. Un giorno – prima dell’inizio di un congresso – sta lavorando al suo computer portatile. Le si avvicina un cravattone – lo chiama così – che comincia a parlarle in continuazione per poi allontanare in malo modo due giornaliste che volevano intervistarlo. Lei educatamente gli fa notare che non voleva ciò accadesse ma lui la blocca subito: parlare con lei mi evita di discutere con altre persone alle quali non ho voglia di dire nulla. E questo è soltanto l’aperitivo di un congresso qualunque.

Ilaria Capua. Vi parlerà anche dei cessi giapponesi, e del fatto che i borborigmi naturali dell’uomo nipponico siano sopravanzati in stereofonia da una gamma di suoni tutti diversi, dallo stormire delle fronde al ruscello di montagna. Ma sappiate che molto spesso la potete trovare citata golosamente nelle bibliografie dei libri scientifici americani. Il Dottor Jekyll e Mister Hyde, per servirvi.

di Alberto Pezzini

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