Magazine Mercoledì 20 febbraio 2002

Oblio (2)

Era successo qualcosa giorni prima. Uno sguardo, un bacio profondo e una breve esitazione prima del distacco. E sempre quella saliva e la pelle a tratti ruvida di barba malfatta. Dopo più niente, mentre la vacanza giungeva lentamente al termine e le giornate regalavano strane brezze violente, odorose di acqua e di sale. Evitarlo, abbassare gli occhi. Scambiare poche parole di circostanza portando in tavola la frittura dorata. La casa al mare sempre invasa di sabbia e conchiglie raccolte dai bambini. Odori salmastri e risate. Ma da sola pensavo sempre a lui. Chiudevo gli occhi e lo vedevo.
Il ciuffo di capelli che scioglievo con la mano, gli occhi profondi. Tutto.

Mangio poco. Questo cibo ha lo stesso sapore delle pareti. Bianco e uniforme. È come se fosse cibo di gesso.

Nei corridoi della casa delle vacanze si udiva il vociare dei piccoli e rimbombavano le discussioni accalorate degli adulti.
C'erano papere di gomma, ciabatte e costumi stesi ad asciugare. C'erano stanze chiuse a chiave e i mobili di legno chiaro dovevano simulare una certa gioiosa leggerezza. L'odore di gomma era forte come quello del sigaro del nonno che seminava una scia di cenere. La televisione sempre accesa scandiva i momenti del giorno e gli orari dei pasti quando ci si ritrovava a tavola. Dentro mi rammaricavo che mancasse quiete. Quiete per chiudere gli occhi senza rendere conto dei pensieri, per toccarmi sognando di accarezzare il suo corpo e non il mio.

Qui, sepolta nel bianco, non tocco più nessuno. Non sfioro esseri umani da mesi. Le infermiere portano guanti di gomma anche se nessuno ha malattie infettive. E poi mi fanno schifo. Come le urla ripetitive e strozzate che scandiscono il passare delle ore. Tocco le pareti, a volte, ma solo per un istante.

Impressa nella mente la sua bocca. Lui che sbocciava fra l'ammirazione degli adulti, lui così perfetto fra quei mobili impolverati e vecchissimi. Lui con le zie a bere tamarindo e a mischiare le carte da gioco. Un damerino, un putto-puttana nato per sedurre, per seminare cocci.
Io in penombra. Oppure dietro una porta. Capii che sarebbe successo quella sera, quando i piccoli si impiastricciarono di gelato, quello verde e azzurro zuccheroso che ordinavano sempre. La madre li portò a casa rimproverandoli, i nonni e i cugini li seguirono lasciandoci a quel tavolino all'aperto. Poca gente attorno, due camerieri con la stessa divisa. Ci alzammo lentamente e raggiungemmo la spiaggia senza dire una parola. Non fu una decisione ma una necessità. Le luci dei neon striavano la sabbia fine. Ti stringevo la mano per non farti vedere che tremavo. La tua era sulle mie spalle ed esercitava una lieve pressione che mi attraversava la spina dorsale come quei fulmini estivi che squarciavano il cielo. Il buio blu ci coprì come il piumone a fiori che Mariastella stendeva in giardino vicino al patio. Dentro solo noi. Solo i nostri corpi curiosi di osservarsi durante l'orgasmo e di donare piacere per poi riprenderlo subito dopo. Solo la tua mano davanti alla bocca per mitigare un gemito imprevisto prima di venire.

Che tu fossi mio fratello non aveva nessuna importanza ,quella notte.

Dopo è stato importante. Quando tu hai negato, e non ha più voluto parlarmi, o guardarmi. Io ho gridato fino a perdere le forze e poi mi sono raggomitolata sul grande letto. Forse il letto del dolore, o magari il letto dell'oblio.
Immobile, nel buio fino a quando non sono venuti a prendermi.

Alti e corpulenti, profumavano di pulito.

E dal buio sono passata al bianco, al bianco interminabile di queste pareti vuote.
E la luce è sempre uguale, senza fine, sudata e bianca. L’eterno pomeriggio dell’oblio.


fine
di Francesca Mazzucato

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