Al telefono con Veronica Pivetti - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 14 febbraio 2002

Al telefono con Veronica Pivetti

Magazine - Veronica Pivetti è in città.
Ha debuttato ieri sera, mercoledì 13, in Boston Marriage, commedia teatrale di David Mamet, drammaturgo americano tra i più apprezzati e prolifici.
L'abbiamo inseguita quando ancora non era arrivata. E oggi ce l'abbiamo fatta.
Cortese e disponibile, dall'altra parte della cornetta aspettava in silenzio le domande. Al suo turno, senza esitazione, è stata generosa nelle risposte.

Un’intensa carriera da doppiatrice, il cinema e una vivace serie di esperienze televisive. Che effetto fa, a questo punto, debuttare a teatro?
Ho cominciato a doppiare a sette anni.
Il teatro è qualcosa che ho molto desiderato e molto preparato. Sono parecchi anni che cerco di entrarci e devo dire che ho ricevuto tantissime proposte. Ma niente mi ha mai veramente convinto. Per me il teatro è una cosa importante a cui tengo molto e non volevo farlo in modo sbagliato.
L’effetto che fa devo ancora capirlo. Ho debuttato con questo spettacolo solo l’11 gennaio scorso e credo che sia un’esperienza di quelle che hanno bisogno di sendimentare per essere capite. L’impatto è stato molto forte. Mi sono confrontata per al prima volta con un modo completamente diverso di comunicare. È molto più diretto. Hai difronte un pubblico che ti segue o no e questo cambia tutto. Necessita di una tensione che non può cedere. Il tipo di concentrazione è completamente diverso.

Da voce a corpo. Quando ha iniziato ad usare tutto il corpo è stata una liberazione? Ha avuto paura? Ha provato gioia?
È proprio così. A teatro sei convolto dalla testa ai piedi. Sempre. In TV e nel Cinema i punti di vista sono molteplici ma, spesso, parziali primo piano, piano americano, etc.
In teatro il corpo deve essere sempre concentrato su tutto. Devi sempre sapere dove sono i tuoi piedi. Non è possibile concentrarsi su un particolare, bisogna mantenere tutto il personaggio in maniera costante.
Sono cose che ho dovuto imparare e che sto ancora imparando.
Posso dire che mi è piaciuto moltissimo. Essendo io una persona con molta energia, più mi si fa stancare e meglio è.

Di tutte le varianti di questa professione, quale le piace di più?
Mi piacciono tutte. Credo che sia troppo presto per dire se prediligo fare questo mestiere in TV, al cinema o in teatro. Alcune esperienze, come il Festival di Sanremo, mi divertono.

Quando era piccola cosa voleva fare da grande Veronica?
Da piccolissima e fino a vent’anni ho creduto di diventare pittrice. Ho fatto il Liceo Artistico, mi sono diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera. Poi ho cambiato direzione.

Un papà regista teatrale. Una mamma attrice. Quale scintilla l’ha fatta decidere per questo mondo?
L’ho sempre respirato e vissuto con un grande disincanto. Non era per me un mondo magico. O fatale. Piuttosto, ho avuto sempre chiara l’immagine dei sacrifici e della fatica che richiede.
La vita dell’attore è assolutamente normale, certo il risultato che si può ottenere e la gratificazione di un grande applauso ti danno una forza immensa, che credo sia difficile sperimentare in altro modo.

Quali, se ne ha avuti, sono stati i suoi maestri?
Nella mia vita, ho incontrato delle persone: professori, ma anche persone che esulavano dal mondo dello spettacolo, e devo dire che queste sono state per me delle guide.
I primi a guidarmi: i miei genitori. Ancora oggi, sebbene sia già grandina, rappresentano dei forti punti di riferimento per me.
Ricordo poi con affetto un professore di disegno che mi ha insegnato a disegnare, ma soprattutto mi ha dato delle lezioni di vita e di comportamento.
Sono una persona molto curiosa e avida per questo, quando trovo qualcuno da ascoltare, assorbo moltissimo.
Amo la figura del maestro.

Cosa pensa di Genova? L’aveva già vista?
Ci ero già stata varie volte, ma mai avevo avuto tempo di visitarla a fondo. Qualche anno fa, girando la fiction Qualcuno da amare, lavoravo tutto il giorno e non avevo avuto modo di scoprirla.
È una, tra le città del mondo, di quelle che preferisco. Genova e Napoli sono città strepitose.

Progetti?
Sto finendo la seconda serie di Commesse che andrà in onda a marzo. E poi c’è la tournée di questo spettacolo. Fino a febbraio prossimo sono occupata. E in generale, credo che sia bene concentrarsi sempre su quello che si sta facendo.

Che rapporto ha con il suo personaggio in Boston Marriage?
È molto divertente. Il linguaggio del testo poi è splendido. Molto teatrale, ma anche molto terra terra. Dice battute irresistibili. È una commedia molto intelligente. Ed è proprio la commedia, la forma di espressione che preferisco.

Boston Marriage
Teatro Duse, (h. 20.30)
Fino al 21.02


Nella foto sotto il drammaturgo americano David Mamet

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