Magazine Venerdì 13 luglio 2012

La versione di Tosi di Stefano Lorenzetto. La recensione

Magazine - Si può dire di Stefano Lorenzetto ciò che Antonio D’Orrico ha detto di Camilleri e del suo ultimo Una lama di luce: La versione di Tosi. Intervista con il leghista eretico (Marsilio, pp. 198, 10.00 Eu) è il suo libro più sanguigno, o quantomeno la sua intervista più riuscita dove il giornalista - pur tra mille difficoltà ambientali e fisiche per averla scritta in appena due mesi – perfora la ruvidità di Tosi con una penna sottile come un ago da cucito.

Per intervistare Tosi ha dovuto accettare di farlo tra le 5 e le 7 della mattina. Orari allucinanti, quelli di un uomo politico che ha fame di vita e di impegno fino a che carne ce n’è. Anche Bossi era così: un politico bulimico che non accettava il compromesso di tutti i mortali con il riposo notturno.
Per realizzare l’intervista si sono ficcati dentro un’Audi A 6: 4.200 di cilindrata, blindata, guidata da una specie di angelo custode specializzato in giri della morte autostradali e corse da infarto per arrivare sempre puntuali agli appuntamenti politici. Nell’andata e ritorno da Genova, quando il Sindaco di Verona andava a dare manforte al candidato della Lega. Non c’era altra possibilità.

Flavio Tosi – da qualcuno già collocato addirittura oltre la lega quale il politico più riuscito che il movimento federalista abbia espresso – sembra una specie di Sarkozy in sedicesimo: dorme quattro ore per notte, gira con due cellulari ammaccati su uno dei quali digita gli sms per rispondere ai cittadini senza smettere di guardare in faccia l’interlocutore e – cascasse il mondo – non si nega due ore di piscina alla settimana dove – in acqua – interrompe i contatti con il mondo esterno.

Un hombre vertical, un rivoluzionario con un viso lombrosiano che i risultati hanno premiato con votazioni plebiscitarie, perfino contro Bossi che lo ha definito uno stronzo pensando di annullarlo o contro il diktat di Berlusconi di cui Tosi svela quanto bravo sia a raccontare balle omeriche per raggiungere l’obiettivo politico del momento.
Ne esce fuori un’intervista scoppiettante perché in quelle 198 pagine che trasudano velocità pura nessuno dei due ha mai pensato di schiacciare il pedale del freno.

Lorenzetto non fa sconti a Tosi e Tosi non smette mai di dire ciò che pensa. Però i due – pieni di spigoli e ruvidi come lime – alla fine si devono essere piaciuti perché le pagine vibrano come maledette farfalle d’agosto.
Tutto viene analizzato. Dal fatto di stare in commissione (Sala Blu) con un cane, accucciato sotto il tavolo (un pastore belga di una bellezza straordinaria), alla promozione del circo padano con una tigrotta che sembrava un peluche, portata sempre in Sala Blu, ma già capace di staccarti un braccio.

Tosi è di Verona, si considera matto come dice l’adagio venesiani gran signori, padovani gran dotori, vicentini magnagati, veronesi tuti mati, per colpa dell’aria che viene giù dal Monte Baldo, colpevole di innestargli già solo per questo una vena di follia in testa.
Il suo rapporto con Bossi è stato minato dal cerchio magico e dal fatto che il sindaco di Verona, con quella faccia un po’ così, quel sorriso a denti radi da pesce sega, e quell’aria sempre stropicciata di chi non ha tempo di farsi la barba né il nodo alla cravatta (un vezzo anche ?), nasconde un’anima di puro ferro elfico che non si piega neanche se lo prendi a calci nel culo.

Quando si è candidato contro il volere di Bossi ha dimostrato di non avere paura del buio, anche se dalla sua parte ha sempre avuto l’appoggio di un acuto interprete degli equilibri politici come Maroni.
Per lui il lavoro per il cittadino viene prima di tutto: svegliarsi alle sei di mattina per andare a letto all’una di notte gli ha conferito una specie di salvacondotto naturale in cui la gente confida perché Tosi non si dimentica di niente, neanche della piastrella sbreccata.
Ha intuito che a livello locale la vera energia amministrativa consiste nel vedere il problema particolare, che per te non sarà niente, ma per chi lo segnala è magari la sua ragione di vita.

Lorenzetto ha scritto un instant book denso eppure guizzante, che ci fa amare uno come Tosi, anche se le sue cantonade più grosse – quando gliele ricordi – ti dice sempre che sono acqua passata.
Di Napolitano – il cui ritratto aveva bandito dal proprio ufficio – quando ha deciso di riappenderlo dietro di sè, lo ha fatto perché ci credeva: aveva mutato il giudizio umano e politico sull’uomo.
Tosi piace perché è un ribelle ma soprattutto perché ha dimostrato di credere davvero in quello che fa: è finito il tempo degli onori per i politici tutti chiacchiere e distintivo?

di Alberto Pezzini

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