Magazine Lunedì 28 gennaio 2002

Bottaro: «Un libro nato per curiosità»

In un periodo in cui interi paesi dell'entroterra ligure si spopolavano, un signore di Lavagna faceva fortuna in Venezuela. Tutto questo raccontato in un libro commemorativo, «Edoardo Riboli (1875-1950). Storia di un emigrante di Lavagna» (Sagep, pagg. 128, 31 euro), presentato lunedì 28 gennaio a Palazzo Ducale e scritto da Mario Bottaro, giornalista che qui si presenta nell’insolita veste di autore ed editore. Bottaro percorre la vita di un uomo che amava il prossimo e che donò alla città di Genova notevoli strutture: il Sorriso Francescano di Albaro e la Villa Montallegro di via Monte Zovetto, di cui si festeggia il cinquantenario. Presente, tra gli altri, l’attuale amministratore della clinica, Francesco Riboli, nipote di Edoardo.

Una vita prima da emigrante e poi da benefattore. Nasce benestante. Ma molto giovane è costretto ad abbandonare l'università per trasferirsi in Venezuela a causa della morte del padre, che lo lascia con madre e cinque sorelle a carico. Entra come impiegato in una ditta di import-export e ben presto la scala. Arriva ai massimi livelli dell'azienda e la trasforma nella prima realtà imprenditoriale italiana del Venezuela. Tornerà in patria solo dopo la prima guerra mondiale, con la moglie e due bambini, e andrà ad abitare prima a Lavagna e poi in piazza Manin a Genova. Questo è il periodo delle grandi donazioni e dei progetti filantropici che, ironia della sorte, egli non riuscirà mai a vedere compiuti. Né le scuole e l'ospedale di Lavagna, né l’istituto di assistenza il Sorriso Francescano di via Trento, né la casa di cura Villa Montallegro.

«Documenti non ce n'erano molti - dice l'autore. Questo libro nasce come gesto di amicizia verso Francesco Riboli e per curiosità. Ho dedicato alcuni mesi della mia vita alla vita di un ligure la cui storia avvolta dal mistero non era ancora stata raccontata. Riboli - continua Bottaro - investì circa quattro miliardi di oggi per il Sorriso Francescano. Peccato che non riuscì mai a vedere niente di concluso». Secondo Antonio Di Rosa, direttore del Secolo XIX, «si è trattato di una figura emblematica. Un uomo che torna nella sua città per dedicarsi agli altri. Pensiamo a interi quartieri di Buenos Aries popolati da gente con cognomi liguri, che magari non ha avuto la stessa fortuna di Riboli». L'opera è infarcita di un centinaio di foto d'epoca e si legge come un romanzo.
di Davide Cavagna

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