Cosa può l'Italia nella crisi Argentina - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 21 gennaio 2002

Cosa può l'Italia nella crisi Argentina

Magazine - La crisi dell’Argentina riguarda anche l’Italia.

Così titolava l’incontro di oggi alla Fondazione Casa America nella sede di Villa Rosazza. È stata una tavola rotonda a cui si sono seduti il Prof. Victor Ukmar (Presidente della Società Italia Argentina), l’on. Lorenzo Acquarone (componente della Commissione Permanente Politiche dell’unione Europea), l’on. Marina Sereni (Responsabile della Politica Estera dei Democratici di Sinistra), il sen. Francesco Martone (componente della Commissione Permanente Affari Esteri ed Emigrazione), il Prof. Giovanni Battista Pittaluga (Assessore Risorse Umane della Giunta Regionale della Liguria), il Console di Argentina a Milano Carlos Argañaraz e Enric’Angiolo Ferroni Carli, (Vicepresidente IILA). Padrone di casa e moderatore il Presidente della Fondazione Casa America Roberto Speciale.

I disciplinati relatori hanno fatto interventi brevi in cui individuavano le cause della presente situazione e, dai diversi punti di vista, fornivano alcune possibili azioni da intraprendere. Ukmar ha esordito con due esempi diretti della grave condizione in cui si trovano i cittadini argentini. Entrambe si riferiscono al blocco e rallentamento dell’attività bancaria. Primo caso: il singolo costretto (nel caso specifico la zia di 91 anni) in code disumane senza ottenere il servizio. Oppure, secondo caso, un imprenditore italiano, vede la sua azienda bloccata per un fermo di capitali inviati a sostegno. Secondo Ukmar l’Argentina sarebbe la prima grande vittima della globalizzazione. Forti anche le responsabilità della classe politica corrotta. Bandire i grandi proclami e pensare ad azioni di pronta applicazione, è il suo suggerimento. Esempio? Abolizione del protezionismo europeo in anticipo sui tempi previsti (il 2005) per permettere l’export di prodotti agricoli e carni da una terra che ne è ricchissima. Ukmar conclude sostenendo che l’Italia deve rivolgersi all’Argentina come ad un territorio d’oltremare, dove risiedono tanti nostri concittadini (circa 16 su 37 milioni, di cui 10 milioni con le caratteristiche per essere cittadini italiani a pieno titolo). L’onorevole Sereni (unica donna ospite della tavola rotonda) sostiene l’importanza del recupero da parte dell’Argentina di una moneta nazionale capace di reagire alla globalizzazione. Ma anche partenariato, azioni di regionalizzazione e rinegoziazione del debito (impegno già preso dal capo dello stato) e attenzione a una politica del rientro non adeguata. Dall’on. Acquarone arriva il sostegno all’idea di Ukmar per l'abolizione in tempi stretti del protezionismo europeo nei confronti dell’Argentina.

I discorsi si susseguono con una certa snellezza, nonostate le questioni in gioco siano complesse e articolate. Ma invece di fornire un completo resoconto vorrei anticipare il coup de theatre.
Alla fine delle relazioni, Speciale ha dato la parola ai molti che si erano messi in lista per portare casi concreti all’interno della discussione. Per prima ha parlato Karina Santini. “Sono argentina” ha esordito per sottolineare quanto sia “sensibile” l’argomento per loro. Vive e lavora a Genova ma vorrebbe tornare. Fa notare l’importanza di un rientro che non sia “sradicamento e spaesamento”, ma piuttosto opportunità di formazione per i giovani argentini. C'è bisogno di educare un popolo, secondo lei, immaturo alle leggi, ai diritti e alle garanzie della democrazia. Subito dopo parla Silvio Ferrando (Port Autority), e con dati alla mano parla di una situazione insostenibile e non solo per l’Argentina, ma anche per il porto di Genova. Regna la confusione e il rischio è di chiudere completamente i contatti commerciali. Sono stati bloccati i pagamenti dei noli, gli armatori si rifiutano di caricare le navi, non ci sono vuoti perchè vengono tassati nei porti argentini come se fossero pieni. Svanisce così in un'istante la possibilità di sviluppi positivi della crisi, almeno nell'immediato; il commercio è già in parte stato interrotto, la crisi ha già intaccato profondamente le linee; oggi si preferisce Montevideo a Buenos Aires.

Prima del colpo di scena, che ha trasmesso in sala la portata della crisi e l’emergenza con la quale bisogna reagire, Martone ha parlato dell’esigenza di un’azione che sia prima di tutto politica. Ma a ben vedere l’economia troneggia con i suoi tempi tiranni che ci dominano in modo sregolato. Martone puntualizza che l’Argentina non è affatto la prima vittima della globalizzazione, prima di lei Equador, Indonesia, Tailandia, etc.. Il Fondo Monetario Internazionale è uno dei responsabili additato con forza da Martone, ma anche il regime militare che addossò ai cittadini un debito sostanzialmente privato.

Non c’è confusione, è tutto molto chiaro, anche troppo, ma soprattutto sembra che, se di politica si deve trattare, è una politica con i calzari del gatto con gli stivali, che percorrono il tempo nefasto di questa crisi più in fretta del disastro economico già in atto.

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