Magazine Mercoledì 9 gennaio 2002

Kabarett

Magazine - continua da

Il pince-nez del pianista si scosse leggero, la fisarmonica si aprì sinuosa, e il suono lunare del clarinetto avvolse ogni bicchiere tintinnante sui tavoli. Marlene era avvolta in un cappotto color cachi che pizzicava sulla pelle solo a guardarlo, ed era bella, con occhi grandi e rotondi come la luna piena. Si mosse dal fondo e il palchetto imporporato fu presto suo: iniziò a parlare cantando, dentro il suo cappotto verde che la copriva fino ai piedi. Parlava cantando, e per seguirla nelle sue evoluzioni mi appoggiai sulla fronte il boccale di birra, immergendo la scena in mille bollicine lievitanti. Era un quadro dadaista, una "mezcla" alcolica di facce distorte, un crogiolo di vite ipnotizzate. Marlene si sfilò il cappotto, sotto aveva un tutù nero e ai piedi un paio di stivali, neri anch'essi.
"ICH BIN DIE FESCHE LOLA" - "…sono famosa! Sono Lola, sono l’attrazione del locale…".
Perseo, il siamese del locale, era accoccolato, paffuto e silenzioso, su un tavolino rotondo appena sotto la pedana e le luci. Marlene si avvicinò abbassando lo sguardo sugli occhi verdi di Perseo, e cantò. Il gatto smise di respirare, si annodò la coda attorno al collo e le sue linee iniziarono a scomparire nella canzone, lente, lente, si avvolsero come spirali di fumo al ritmo di un flauto che incanta i serpenti e, prima che me ne rendessi conto, il gatto Perseo stava già volando sopra un'altra galassia. Mi infilai una mano nella tasca della camicia, tirai fuori il pacchetto di sigarette che mi ero comprato prima di arrivare, e ne accesi una. Fumare mi faceva sempre sentire un po’ stordito, e forse era solo la mancanza dell'abitudine del gesto, ma quella sigaretta, la birra, e la voce di Marlene, mi stavano dando davvero un effetto strano. Mi sentivo come un unico, grande polmone, l'aria si faceva nera e spessa con spirali gialle e violette che le correvano attorno e di fianco; Oz, Alice e il gatto del paese delle meraviglie, lei che se n'era andata lasciandomi solo in un locale degli anni '40, solo e con l'unico appiglio reale di una penna e di un foglio bianco, bianco come uno stormo invernale di oche selvatiche, bianco come la neve, bianco come un film che ti lascia indifferente o angosciato, bianco…e nero…. gira, gira, riprendo un attimo contatto con la realtà, una ragazza mi guarda spaventata da sotto la tesa del suo cappellino sobrio ma ricercato, cado. … passiamo al presente. Uno spiraglio attraverso i carruggi: Benito e Janine stanno andando a casa. Gli occhialetti tondi di lui risplendono nei riflessi sporchi della notte, lei è felice al suo braccio. Sono una bella coppia.

Simone Ortolani



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di Donald Datti

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