Un laboratorio che diventa spettacolo - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Mercoledì 9 gennaio 2002

Un laboratorio che diventa spettacolo

Magazine - Il Gabbiano di Anton Cechov
progetto di Eimuntas Nekrosius per gli attori dell’Ecole des Maîtres
traduzione Fausto Malcovati
scene Marius Nekrosius
luci Roberto Innocenti
coproduzione CSS Teatro stabile di innovazione FVG, Teatro Metastasio Stabile della Toscana, in collaborazione con la Biennale di Venezia

Al Teatro della Corte fino a domenica 13 gennaio, 20.30

A volte succede. Si va a teatro fidandosi solo del nome del regista. Segnato da tempo sull’agenda: Il Gabbiano di Eimuntas Nekrosius, perché mancare? A Milano qualche anno fa avevo visto il suo Makbetas e il suo Hamletas, di cui avevo sofferto l’estrema dilatazione delle scene, ma amato senza meno la lettura scenica per la semplicità e profondità del linguaggio e dello stile registico.

Vado e mi aspetto il solito gruppo di attori. Qualche ora di spettacolo in lituano con sottotitoli. Insomma, vado a teatro, come vorrei sempre che fosse, senza alcuna informazione preventiva a parte il nome del regista.
Colpo di scena, dunque, fin dal programma di sala che annuncia una compagnia mista di attori italiani e stranieri. Il che suscita grande scetticismo. Poi, tra la folla del Foyer arrivano le prime voci allarmate delle quattro ore intermezzate da due intervalli che ci aspettano. In verità questo non mi turba, ma stringo sempre di più il programma tra le mani, ansiosa di scoprire a questo punto che cosa è cambiato, che tipo di produzione è, ma soprattutto sapere se vedrò lo stesso Nekrosius che mi aspettavo di vedere.

Una volta seduta sulla poltroncina qualcuno mormora di aver sentito opinioni discordi circa lo spettacolo, ma è subito buio e il programma resta tra le mie mani intatto.

Sipario. Silenzio. Solo gli ultimi colpi di tosse, di chi evidentemente crede di poter a mala pena respirare nelle prossime ore.
Sulla scena cominciano a muoversi gli attori, giovanissimi, concitati e saltellanti (a volte troppo?). Dominano secchi di latta grigi, che sul palco costituiscono una barriera da scavalcare (o meglio un lago, come si scoprirà più avanti). Al di là dei secchi un piccolo palco, recintato su tre lati da uno steccato di girandole colorate. Un piccolo organo sommerso da libri su un lato, poi sfondo nero. Sopra il piccolo palco troneggia, appeso all’ingiù, un albero dalla folta chioma di rami secchi. Prima evocazione tipicamente snaturata -nello stile di Nekrosius- dell'assolata campagna cechoviana.

Ed ecco i bastoni, l’acqua e il vento, altri elementi naturali tipici del suo teatro, che lui fa vivere di vita propria destinandoli a nuovi ruoli. Mai in scena con intento naturalistico. Piano piano anche la recitazione (in alcuni passi troppo accesa), di questo eterogeneo, ma ben affiatato gruppo di attori, mostra i segni dello stile del regista ed entra in sintonia con il suo linguaggio teatrale.

Per me la suspence è durata fino al primo intervallo, quando ho potuto divorare il programma di sala e scoprire la storia di questo spettacolo.
Non si tratta di una produzione commisionatagli in Italia, come pensavo. E’ il frutto maturo e fresco di un laboratorio. Il secondo per Nekrosius nel ruolo di pedagogo. Il primo dell’Ecole des Maîtres a diventare uno spettacolo vero. Subito giustificata dunque la giovane età degli attori così come le diverse provenienze. L’Ecole des Maîtres è un “corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale...”, come recita il programma. Nel 1999 Nekrosius aveva accettato di condurre un primo laboratorio di due settimane su Il maestro e Margherita di Bulgakov. L’anno dopo dedica due mesi a Il Gabbiano.

Una storia di amori non corrisposti, di fallimenti, gelosie e profonde malinconie che ogni personaggio risolve con una sua logica. Kostja è uno scrittore debuttante, figlio di una famosa quanto spilorcia attrice che lo lascia a vivere in campagna. Con un passaporto che lo indica borghese e una vita da pezzente, Kostja nutre un odio amoroso verso la madre e una profonda gelosia per il suo “fidanzato” giovane scrittore di successo. E’ in estate che si colloca l’azione principale in cui si comprendono le dinamiche in atto tra i personaggi. L’autunno, quattro anni dopo, mette in scena i destini compiuti e la tragica fine di ognuno.
Le differenze linguistiche degli interpreti vengono utilizzate per la caratterizzazione dei personaggi. Polina Andreevna, per esempio, della portoghese Ana Dinis, parla con una cantilena quasi incomprensibile da Orso Yogi, che diverte e “sposta” l’attenzione, ironizzando sul senso di profonda tristezza trasmesso dal personaggio. "In russo”, ha detto Nekrosius in un’intervista, “c’è la parola sdvig che significa appunto spostamento: ecco, io lavorando in teatro cerco sempre di attuare uno ‘sdvig’ rispetto alla realtà delle cose, cerco di presentarla attraverso una prospettiva inusuale...”.

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