Magazine Lunedì 7 gennaio 2002

Ultima fermata a Brooklyn

Non so se Hubert Selby senior fosse il nonno o il padre di Hubert Selby junior. Comunque è probabile non fosse particolarmente orgoglioso del figlio. Perché nell’America degli anni ’60 un libro come Ultima fermata a Brooklyn era un libro scomodo, duro, estremamente cattivo. Questo nonostante i beat avessero già da tempo fatto perdere la verginità agli USA e la presunta innocenza americana fosse da tempo un ricordo.

C’è chi sostiene che per la letteratura nordamericana Ultima fermata Brooklyn rappresenti per il ‘900 quello che Moby Dick è stato per l’800. Una pietra miliare, il capolavoro assoluto. Ma i paragoni eccellenti non finiscono qui: Nick Toshes, nel suo saggio Blue eyes and exit wounds afferma che la scrittura di Selby richiama Omero, Saffo, Esiodo, fino a scomodare Dante. E di Dante questo romanzo ha effettivamente i colori cupi e la violenza cruda, senza sfumature. I personaggi sono disegnati in maniera implacabile, con realismo e senza pietà. Sono grotteschi, loschi, lugubri. Non attirano simpatie, ci tengono a distanza, ci infastidiscono, perché non sono le persone che ci piacerebbe conoscere e frequentare e sono troppo veri per non esserne urtati.

Si tratta di un libro uscito per la prima volta nel 1964, ma ha la statura del classico, e come tale non risente degli anni. Per certi versi è più attuale di certa letteratura che ci viene spacciata per innovativa. Selby inventa, mischia le parole, crea dal nulla un gergo che non esiste, probabilmente non è mai esistito, neppure sulle strade newyorkesi. E appunto per questo è così affascinante e fuori dal tempo.

Leggetelo, ne vale la pena. E se per caso siete di quelli che amano scrivere, tenete a mente che Alessandro Baricco sostiene che Selby è uno di quegli autori che vi cambia la vita e il modo di scrivere. In meglio, si intende.
di Donald Datti

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