Magazine Giovedì 27 dicembre 2001

La porta. Un racconto di Giorcelli

Magazine - Marco Giorcelli, classe 1970, di Casale Monferrato, da dieci anni vive a Genova a fasi alterne.
Ha cominciato a lavorare come tecnico delle luci con il Teatro della Tosse, poi con la Compagnia di Egisto Marcuzzi, quindi due anni per il Festival Andersen (Sestri Levante), e da un anno con il Teatro dell’Archivolto.
Dal 2000, insieme all’attore Aldo Ottobrino è autore di testi drammatici. Fotofinisc, è il titolo del primo (scritto nel 2000, debutto 2001), a cui ha fatto seguito U.N.O. (scritto nel 2000, debutto a Sestri nel 2001 e in programma a Milano e Genova nel 2002). Resta in attesa di messa in scena Reduci, ultimo lavoro scritto a quattro mani.
Per leggere i suoi primi due testi dramma.it .
Di lui dicono: “A volte sembra un po’ Danny Zucco” – quello di Grease.


La porta
di Marco Giorcelli

Pietro sta aspettando. La ressa è infernale. I suoi compagni non riescono a tacere. La porta è chiusa.
Ricorda quando, in gioventù, con gli amici si incontravano sotto il grande albero. Facevano lunghi bagni nel fiume e giocavano a fare la lotta nell’acqua.
Sembrano ricordi lontanissimi e non di pochi anni prima.
Ora fa veramente caldo, gli occhi dei compagni trasmettono la paura. Lui avrebbe voglia di correre, correre fino a sfinire, all’aperto, sotto il suo cielo e sopra la sua terra. Perché si trova in quel luogo, buio, puzzolente e stretto?
Una volta, tanti anni prima, aveva guardato la vallata sotto la grande collina e aveva pensato che si sentiva davvero fortunato di vivere in un luogo così bello, dove la sera, tiepida, era annunciata dagli uccelli canterini.
Gli altri si stanno agitando, non riescono a mantenere la sua calma interiore ma del resto la paura è una malattia puzzolente: quando arriva si trasmette veloce e diventa sempre più forte e potente se trova un corpo adatto in cui crescere.
Non cederà alla paura, non è nella sua natura. Molte volte si era trovato in situazioni difficili ed era sempre riuscito ad venirne a capo. Anche quando Davide lo aveva sfidato, lungo il fiume e di fronte al suo gruppo, non aveva mostrato cedimenti. Approfittando della sorpresa, l’altro gli era balzato di fronte e aveva incominciato ad insultarlo. Il suo gruppo si era fatto da parte, comprendendo che era una sfida tra leader e Pietro, proprio perché di fronte ai suoi, aveva cercato di inghiottire i bocconi di terrore che si sentiva in bocca. Davide era grande e grosso, sicuramente più in forma ma lui sapeva che era anche meno esperto e forse per questo tanto audace. L’inesperienza e la baldanza fisica lo portavano ad osare una sfida che altri, anche più forti e furbi di lui, avrebbero evitato.
La paura adesso è incontenibile, i compagni si spingono ed iniziano a litigare tra loro: una lotta in quello spazio, adesso, sarebbe fatale. Si scatenerebbe il panico. Come con Davide anni prima, Pietro cerca di usare il suo carisma. Parla. Cerca di farli calmare, tenta di illuderli che c’è una via d’uscita. E forse c’è davvero.
Anche Davide, all’epoca, aveva avuto paura, glielo aveva letto negli occhi e nel corpo: si muoveva a scatti e senza grazia.
Gli aveva parlato, sottovoce, in modo che gli altri non lo sentissero.
“Perché vuoi batterti con me?”
“Perché sono io il più forte!” Gli aveva urlato Davide.
Ma Pietro aveva continuato, sempre sottovoce.
“Davide, tutti e due lo sappiamo e lo sappiamo davvero come finirebbe: tu verresti battuto e non io.” Gli occhi dell’altro si erano fatti più piccoli, cattivi e freddi ma poi si erano dilatati come se un lampo li attraversasse. Pietro aveva approfittato del momento e aveva rincalzato.
“Sfrutta il momento Davide, vattene ora, come sei arrivato, così nessuno penserà che sei un vigliacco. Sarebbe un’uscita dignitosa.”
Davide vacillava e l’altro lo sentiva ma non doveva farlo sentire né stupido né codardo altrimenti avrebbero dovuto battersi.
Fuori dalla porta c’è un gran baccano. Il gruppo non ascolta più Pietro. In un'altra situazione sarebbe riuscito a calmare i più giovani e a farli ragionare ma adesso sono troppo stanchi, spaventati e affamati. Pietro sa qual è il suo destino, lo ha sempre saputo, forse è per questo che è sempre stato riflessivo, rilassato e pronto alla discussione. Un leader sa quando è il momento di combattere e sa quando è il momento di discutere. Un vero leader deve essere sempre amato dal suo gruppo senza per questo sembrare un debole. È difficile essere un buon leader e soprattutto restarlo a lungo. Anche questo lo sapeva ma, in fin dei conti, lo faceva più per vocazione che per altro.

continua... ()

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