Racconti dal G8 all'Archivolto - Magazine

Racconti dal G8 all'Archivolto

Teatro e Spettacoli Magazine Martedì 18 dicembre 2001

Magazine - Racconti dal G8
Giuseppe Cederna
Marco Baliani
Rosanna Naddeo
Gabriella Picciau
Teatro dell’Archivolto

“Non uno spettacolo né un’arringa, né un libro bianco, ma solo la voglia di raccontare tante, brevissime differenti storie di spettatori o cronisti o protagonisti di quei giorni genovesi che hanno incrociato un avvenimento che nessuno, tanto meno il teatro, deve rimuovere, dimenticare o sottovalutare nei suoi significati simbolici, etici, politici e civili.” Giorgio Gallione

E infatti non è stato uno spettacolo.
Racconti dal G8 è stata una lettura a cinque voci che ne riproducevano cinquecento migliaia di altre che, in Italia e nel mondo tutto, hanno visto vissuto e sofferto dentro e fuori dal G8, per quello che il G8 ha comportato.
Nessuna messa in scena, nessun costume solo uomini e donne di fronte ai microfoni per rendere sonore le innumerevoli parole scritte durante e dopo il G8.
Ipnotici frammenti di esperienze dirette. Dall’alto di un balcone. A casa a sangue freddo e tristezza ancora calda nel cuore a ricordare la sconfitta di tutti: gli 8 grandi e i migliaia di manifestanti.
Nessuno ha vinto perché Carlo Giuliani è morto.
Nessuno ha vinto perché la democrazia è stata sospesa, i diritti civili negati.
Nessuno ha vinto perché non era una partita.
Poteva essere un’orazione civile come per il Vajont, ma forse il G8 di Genova è l’episodio di una storia troppo recente. Una storia troppo incredibile per essere creduta. Una storia reale che, come spesso succede, supera ogni perversa fantasia e crea un buco profondo nella nostra idea di democrazia. Al Teatro dell’Archivolto l’hanno trattata come un ferito. Con mani chirurgiche hanno semplicemente cucito e supportato con la semplicità di pochi gesti e una mappa della città le parole di chi c’era, di chi ha preso le botte, di chi ha visto i suoi compagni in divisa andare alla guerra, mentre sperava di essere in un corpo garante della dignità civile.
Bisognava esserci per credere alla lettura di queste lettere, articoli, testimonianze, telefonate, storie.
Bisognava esserci per sentirsi addosso il disagio di quelle giornate.
Bisognava esserci.

Il teatro era pieno.
Alla fine il pubblico si è alzato con grande lentezza.
Nessuno aveva fretta, nessuno sorrideva.
Il freddo all’esterno accoglieva un piccolo mondo per l’ennesima volta impietrito.
Ma sorge un dubbio, che chi era al teatro era lo/la stesso/a che era a Genova in quei giorni.
E allora viene da chiedersi: Ma a tutti gli altri, proprio non interessa farsi almeno un’opinione?

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