Magazine Domenica 9 dicembre 2001

Il kitsch lo ha inventato il surrealismo

Pubblichiamo un estratto del saggio Il surrelismo ha inventato il Kitsch, un'intervista apparsa sui Quaderni portoghesi nel 1978, a cura di Antonio Tabucchi e ora inserito nel volume Ideologia e linguaggio di Edoardo Sanguineti.
Del libro, uscito per la prima volta nel 1965 presso l'editore Feltrinelli, viene oggi proposta una nuova edizione rivista e ampliata, curata da .

Nel brano qui riportato Sanguineti analizza i rapporti tra marxismo e surrealismo.


Il secondo punto che mi pare l'eredità più feconda del surrealismo – e anche questa altrettanto invalicabile – è dunque il rapporto tra rivolta e rivoluzione. L'accoppiamento (e con questo passiamo in certo modo alla seconda domanda) che il surrealismo fa tra la proposizione di Rimbaud, "cambiare la vita", e la proposizione marxiana, "cambiare il mondo", pone il problema del passaggio (anzi, del contrasto), tra la rivolta e la rivoluzione. Il surrealismo sa bene di nascere nell'orizzonte borghese come forma della rivolta degli intellettuali borghesi – e preferisco dire intellettuali piuttosto che artisti, per le ragioni appunto che ho spiegato prima – ma sa benissimo qual è l'enorme difficoltà di passare dal terreno della rivolta al terreno della rivoluzione. Il surrealismo cioè eredita, da tutte le avanguardie, una posizione eminentemente anarchicheggiante e in certo modo la sua posizione libertaria non può incontrarsi sul terreno politico che con Trockij. In questo senso, direi che l'incontro non è casuale: nel momento in cui (c'è quasi una specie di sillogismo che si potrebbe porre, forzando schematicamente le cose) si pone la questione del passaggio fra rivolta e rivoluzione; nel momento in cui, contemporaneamente, questo passaggio non riesce storicamente (non avendo modo di liberarsi delle premesse anarchiche da cui muove); nel momento in cui chi lo opera è per forza di cose oggettivamente collocato come intellettuale borghese, non può che essere Trockij il punto di riferimento. E direi che da questo punto di vista si verifica allora quello che poi si è verificato un po' sempre: esattamente come il surrealismo viene vissuto nel contesto sociale come fenomeno estetico, mentre non vorrebbe esserlo, nelle sue radici profonde, nella sua verità profonda, allo stesso modo vorrebbe essere vissuto come rivoluzione e continua ad essere vissuto come rivolta. E se il surrealismo finisce nel museo, naturalmente, come le avanguardie che lo hanno preceduto, è per la stessa ragione per cui, da un punto di vista politico, non riesce ad andare oltre l'orizzonte dell'anarchia, della protesta anarchica. Vorrei allora suggerire che probabilmente chi ha colto meglio queste aporie del surrealismo, anche se non le ha formulate in questi termini (ma ha sentito quanto c'era di oggettivamente rivoluzionario nel programma surrealista e nello stesso tempo ne ha denunciato i limiti) è Walter Benjamin, che ha scritto nel '29 un saggio stupendo, mettendo in luce proprio la capacità di diagnosi dei surrealisti, la loro importanza politica e culturale, e nello stesso tempo avvertendone i limiti. Aggiungerei, a questo punto, che se oggi, a distanza di più di mezzo secolo, noi volessimo fare un bilancio del surrealismo, e dire che cosa ha veramente scoperto, facendo un lieve passo innanzi nei confronti di Benjamin, credo – perché in sostanza mi pare che egli già avesse colto perfettamente questo – potremmo esprimerci così: il surrealismo ha scoperto il Kitsch contemporaneo. Perché, in ultima istanza, ha fondato la passione per gli oggetti di cattivo gusto e la scoperta dell'enorme dimensione magica che i moderni sottoprodotti culturali posseggono; ha fatto di quello che Benjamin chiamava "l'illuminazione profana" il centro di una sorta di ricerca mistica, ma portata tutta sopra un terreno di esperienza laica; si è drogato con le immagini consumate di ieri e di oggi (la passione che Benjamin sottolineava come il punto più importante, quando parlava per esempio delle vecchie stazioni ferroviarie e faceva osservare come la ferrovia in qualche modo fosse sentita giustamente dai surrealisti come già qualcosa di immediatamente arcaico), con la fascinazione emanata da tutti i prodotti industriali démodés, con il senso di una cultura del consumo vertiginosa. Tutto questo i surrealisti l'hanno percepito per primi, e sopra questo hanno scommesso.

di Donald Datti

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