Magazine Giovedì 6 dicembre 2001

Roots. Seconda e ultima parte



Piazza Fossatello è sempre una delle mie mete preferite durante i vagabondaggi nei vicoli. Innanzitutto perché là vi si trova la “Black Widow”: uno dei pochi negozi di dischi a Genova degni di essere chiamati tali. È un negozio specializzato in un certo tipo di rock, ma l’amore che traspare dalla gestione e dalle scelte del negozio non può che suscitare rispetto.
Così mi ritrovai con il Longines in tasca a sbirciare attraverso le vetrine della “Vedova nera”. Anche se la musica là di casa è più o meno dello stesso periodo del mio orologio sicuramente non vi avrei trovato un cinturino di quel periodo.
Anzi proprio per l’età del pezzo feci non poca fatica a trovare un negozio che avesse cinturini con l’aggancio di quel tipo.
Alla fine qualcuno mi indirizzò da un orologiaio lì vicino.
Immediatamente capii di essere nel posto giusto. Dalle mie parti, in Piemonte, ce ne sono ancora molte di botteghe così e il centro storico genovese non è da meno.

La vetrina era a dir poco essenziale. Qualche abat-jours spennacchiata pativa la solitudine tra due o tre scaffali impolverati. Tutto l’insieme, facciata e interno, aveva una tinta tra il giallo zabaione e il grigio.
Il locale doveva aver visto migliaia di orologi transitare ma in quel momento non ne restava traccia. Le pareti spoglie avevano pochi pendoli a muro che mi ricordavano tutto il cattivo gusto che aveva attraversato gli anni ottanta. Plastica (originariamente) sgargiante e motivi glamour arzigogolati. Orologi da polso manco a parlarne. Le vetrate sotto i due banconi, disposti ad angolo, mostravano qualche cinturino di metallo e diversi espositori vuoti.
Io ero molto contento. Nonostante l’ambiente sapevo che solo lì avrei potuto trovare ciò che cercavo. Non seppi valutare se l’azienda avesse conosciuto fasti passati ma di locali così se ne trovano ancora molti e speriamo non debbano sparire.
Se tutto il piccolo commercio dovesse lasciare spazio ai centri commerciali sarebbe un’autentica tristezza. Il centro storico di Genova questo pericolo non lo corre di sicuro.

Il gestore si sposava perfettamente con l’ambiente. Sulla settantina. Scorbutico. Genovese acquisito. E due mani che dovevano aver passato la maggior parte della loro esistenza a trafficare con interiora di orologi. Il titolare annuì laconicamente al mio problema. Iniziò a rovistare tra scaffali ed espositori con una flemma tutta ligure.
Mi fece aspettare un tempo interminabile… Non che io avessi molti svaghi lì dentro, finii per iniziare a leggere i permessi e le autorizzazioni del titolare, affisse di fianco alla porta.
Il signor Umberto Rui era nato a Messina settanta anni fa. E nel millenovecentosettanta apriva il negozio nel quale io mi trovavo trenta anni dopo. Che era successo dalla nascita siciliana fino a Genova?

Probabilmente era figlio della vorace immigrazione anni sessanta. Il meridione ha invaso Genova a più ondate nei decenni passati. Il punto era: il signor Rui proveniva da una famiglia di orologiai oppure aveva dovuto subire un decennale apprendistato genovese? Io preferii la seconda ipotesi e dalle rughe dell’uomo immaginai che doveva essere stato un tirocinio particolarmente impegnativo.
In realtà ci sono in giro negozi che sono aperti da ben più tempo di trenta anni, talvolta incontro pasticcerie o negozi di tessuti con ben più di un secolo sulle spalle. E ne vanno molto fieri i titolari. Solo che raramente si respira la stessa atmosfera degli inizi. Nella bottega del signor Umberto invece mi sentivo esattamente nei primi anni settanta. E chissà forse anche il titolare si sentiva così. Non ho osato chiedergli nulla di sé: primo perché sono timido e secondo perché è molto più bello non sapere mai come è andata veramente.

Io mi auguro che il negozio dell’orologiaio rimanga lì per sempre. Penso che il signor Umberto non ha avuto figli (anche se aveva la fede), o se li ha avuti hanno scelto attività diverse e forse più remunerative, ma se nessuno prosegue ciò che abbiamo “costruito” non è un po’ come avere la consapevolezza di non esserci mai stati?
Boh! Sta di fatto che il cinturino me lo ha cambiato, il Longines mi piace sempre meno e al signor Rui devo ancora dieci sacchi. Ovviamente mentre vi scrivo, dal fumoso Piemonte, ho uno Swatch sgargiante al polso, vecchio pegno d’amore.

Fine


Marco Giorcelli

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