Magazine Giovedì 6 dicembre 2001

Roots. Un racconto

Magazine - Marco Giorcelli, classe 1970, di Casale Monferrato, da dieci anni vive a Genova a fasi alterne.
Ha cominciato a lavorare come tecnico delle luci con il Teatro della Tosse, poi con la Compagnia di Egisto Marcuzzi, quindi due anni per il Festival Andersen (Sestri Levante), e da un anno con il Teatro dell’Archivolto.
Dal 2000, insieme all’attore Aldo Ottobrino è autore di testi drammatici. Fotofinisc, è il titolo del primo (scritto nel 2000, debutto 2001), a cui ha fatto seguito U.N.O. (scritto nel 2000, debutto a Sestri nel 2001 e in programma a Milano e Genova nel 2002). Resta in attesa di messa in scena Reduci, ultimo lavoro scritto a quattro mani.
Per leggere i suoi primi due testi dramma.it .
Di lui dicono: “A volte sembra un po’ Danny Zucco” – quello di Grease.


Avevo un bell’orologio. L’avevo acquistato durante una vacanza con gli ultimi soldi di valuta estera. Il duty-free mi frega facendomi credere di pagare meno, in realtà è l’ultimo tentativo di spillarmi ricordi.
Pochi giorni fa il mio souvenir si è fermato. Niente di grave, semplicemente gli si sono scaricate le batterie. Sono rimasto incerto un attimo, poi ho concluso che aveva fatto il suo tempo: che iniziasse anche lui ad ammuffire nel cassetto degli acquisti inutili.
Ma io senza orologio al polso non ci so stare.
In casa di mia madre, in Piemonte, ne ho una collezione enorme.
Praticamente tutti quelli ho portato in vita mia. Mi manca forse il primo, con Topolino sulla cassa. Le braccine come lancette. Peccato. Sarei capace di metterlo.

A Genova la scelta è molto più limitata. La mia preferenza è andata sul vecchio Longines del babbo. Cassa d’acciaio, modello anni settanta, sportivo (all’epoca) e molto subacqueo.
Come con il vecchio proprietario, anche con quell’orologio ho sempre avuto un rapporto conflittuale. In gioventù, ricordo che ha sempre dato problemi di funzionamento, a dispetto della marca, ha sempre rosicchiato sui minuti. Poi mamma si è decisa a fargli fare una “convergenza”. Sta di fatto che ora è più puntuale della Santa Messa.
Come dicevo, il pezzo in questione, non mi ha mai convinto fino in fondo. Forse perché mentre all’epoca doveva essere moderno e tecnologico, ora non riesco e dargli… un'interpretazione.
Il cinturino originale, sempre in metallo, era finito chissà dove e la mamma gliene aveva fatto mettere uno improbabile di simil pelle. Come poteva sopportare un tal affronto quel vecchio leone?

La morale è che decisi che forse potevo fargli vivere una seconda giovinezza. Non che fossi particolarmente determinato anzi, l’idea di portare al polso il vecchio Longines non mi convinceva, ma chissà, con un cinturino adeguato forse avrei potuto “sopportarlo”.
Non ho mai creduto molto alle cose che si tramandano da generazioni, talvolta oggetti semplici come orologi, forse perché le radici non le ho mai sentite come una parte del mio albero. Ho amici che ci tengono molto alle proprie origini, non solo territoriali, ma anche familiari. Penso si chiami atavismo e sicuramente deve essere molto più forte tra le popolazioni migranti che tra quelle stanziali, ma chi lo può dire? Sta di fatto che a me non è mai importato nulla delle mie radici e nemmeno del mio passato familiare. Mio nonno materno era un noto gerarca fascista e questo potrebbe essere uno dei motivi del mio scarso attaccamento, ma la verità è che non mi interrogo nemmeno su quello.
Il motivo per cui mi sono impegnato alla revisione del Longines di mio padre, rimane un mistero, almeno coscientemente.

Le mie giornate libere a Genova, sono sempre tra l’idilliaco e il tragico.
Idilliaco perché posso comprare cd e libri a più non posso.
Tragico perché compro solo e rigorosamente quei due articoli.

In conclusione, uscendo per trovare un cinturino, diedi una bella botta di vita ai miei pomeriggi di shopping. Non sapevo se in futuro lo avrei portato al polso, la cosa certa era che il vecchio Longines doveva ritrovare un'identità simile a quella originale.




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