Terence Gower: un canadese a Bogliasco - Magazine

Mostre Magazine Giovedì 6 dicembre 2001

Terence Gower: un canadese a Bogliasco

Magazine - Appena fuori Genova. Al limite delle corse urbane dei bus 15 e 17: Bogliasco. Località di pescatori, fuori dalle mete turistiche, che cela tra le sue ripide terrazze e la strada a picco sul mare una Fondazione, il Centro Studi Ligure ( ). Un complesso residenziale a disposizione di artisti e studiosi nelle arti e nelle materie umanistiche (Archaeologia, Architettura, Danza, Film o Video, Storia, Letteratura, Musica, Filosofia, Teatro, Arti Visive), che ospita in un’atmosfera tranquilla e paesaggisticamente sublime fino ad un massimo di sedici persone in un complesso di tre ville: Villa dei Pini, Villa Orbiana e Villa Rincon. In ognuna delle tre, l’ospite gode di uno spazio abitativo privato, uno studio con computer e spazi comuni dove incontrare gli altri ospiti. Ma sono i giardini e le panoramiche da essi proposte a rendere il posto e l’opportunità di un ritiro spirituale assolutamente appetibili.

Siamo venuti ad incontrare uno degli ospiti della Fondazione, Terence Gower, artista canadese giunto alla sua seconda settimana (su quattro) di “residence fellowships”, che oltre a parlarci di se’ e del suo lavoro, ci spiega come si fa ad ottenere un così esclusivo privilegio. L’accesso al programma della fondazione prevede che gli ospiti, presentino una domanda scritta completa del loro curriculum e del progetto che si vuole portare avanti nel periodo di soggiorno. C’è poi una selezione, e “spesso”, sottolinea Gower, “gli ospiti sono “over 50”; quindi si diventa titolari di una borsa di studio che garantisce tutto (o quasi) per il periodo di permanenza a Bogliasco. “Al momento”, racconta Gower, “siamo in una decina. La cosa interessante è la presenza di artisti provenienti da varie discipline, (due scrittori, un coreografo, un criminologo, dei poeti, due artisti di arti visive, etc.), che permettono conversazioni e confronti molto vivaci. Altrimenti tra artisti si finisce sempre per fare solo del ‘gossip’.”

Terence è giovane, ma ha già un bel curriculum e lavora tra Vancouver (Canada) – suo luogo di nascita e formazione – New York e Città del Messico, ma soprattutto in queste ultime due. E’ cresciuto in quella che definisce una “conceptual scene” dell’arte, tipica della West Coast canadese, ma ha poi viaggiato e vissuto persino in Germania.

Scorrendo il suo “book” e ascoltando il suo racconto e le relative spiegazioni al suo lavoro, emerge - e lui conferma - la sua predilezione per le strutture pensate per l’esposizione di prodotti più o meno artistici: dalla bacheca museale, all’edificio. “Ho una storia d’amore con l’architettura modernista”, spiega Terence e mostra l’ultimo lavoro, quello che sta portando avanti proprio qui al centro di Bogliasco. E’ la ricostruzione di modellini, ad una grandezza che permetta ai visitatori di entrarvi, di “pavillon” e altri edifici partoriti dall’architettura degli anni ’20 e ’30, “display architecture”, appositamente studiati per le grandi esposizioni. “Mostrare al pubblico è di solito un’attività limitata nel tempo. Mentre questi edifici sono tutt’ora in piedi come il Pavillion di Barcellona (1929), anche se magari ricostruiti. Non solo, ma questi stessi esempi di architettura hanno molto influenzato il progettare e concepire edifici nel periodo modernista. La moderna tendenza alla funzionalità dell’architettura, è nata insieme a queste architteture prive di funzionalità. Non abitate, non vissute, servono solo come ‘display’.”
Gower parla lentamente, rispetta il tempo della scrittura, di chi prende appunti, ma anche di chi è assolutamente nuovo ad un approccio artistico così profondamente riflessivo e trait d’union, non casuale, fra arte, architettura, pensiero filosofico e capacità di approccio critico e creativo.

Il progetto “display”, nato senza una galleria o un museo alle spalle in cui esporlo, mette insieme in una specie di “fiera” circa 17 diverse infrastrutture provenienti da diversi luoghi geografici. Nel frattempo il progetto ha comunque trovato una collocazione a Città del Messico (per la fine del 2002), “dove”, assicura Terence, “nel mondo dell’arte c’è molto entusiasmo e vengono premiate le idee e non i nomi.”

A Terence non interessa solo l’architettura ma anche un tipo di espressione artistica più satirica che sa di surrealismo e avanguardia. L’ultimo lavoro prodotto da lui che ci mostra è un libro fatto in collaborazione con l’artista messicana Mónica della Torre. E’ un collage di scritti, lettere per lo più, riproduzioni di copertine di libri e disegni. Ma alla base di tutto c’è l’assoluta assurdità della pubblicazione stessa che fin dal titolo si presenta come una serie di appendici e illustrazioni ad un libro che non esiste. Secondo Terence dovrebbe esserci un po’ di sano “sense of humor” in ogni cosa e questa pubblicazione è una specie di sollecitazione allo scherzo.

In alto e in basso opere dell'artista

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