Weekend Magazine Lunedì 4 dicembre 2000

Il Gesù

Magazine - Quello che manca alla maggior parte delle chiese genovesi è un apparato pittorico degno di tale nome: una, due tele, più che altro di artisti genovesi, magari una pregiata statua barocca e basta.
Il Gesù è l’eccezione.
Anzi, da questo punto di vista la chiesa è più completa di un museo, perché fotografa - con quattro/cinque opere di altissima qualità - la situazione artistica agli inizi del Seicento, permettendo di cogliere le principali culture pittoriche che permisero la maturazione del linguaggio barocco locale.
L’edificio attuale fu costruito con una certa unitarietà stilistica alla fine del ‘500, su una preesistente chiesetta fondata ai tempi dei Longobardi dalla comunità milanese in fuga davanti all’avanzata dei barbari e dedicata a Sant’Ambrogio.
Promotore dei lavori di riammodernamento fu il gesuita Marcello Pallavicino, che tenne per la sua famiglia il giuspatronato di un altare.
La decorazione è dovuta ai pennelli di Giovanni e G.B. Carlone, mentre i più ariosi affreschi delle cupolette sono di Lorenzo de Ferrari, che li portò a termine verso l’inizio del ‘700. Magnifico il lavoro d’intarsio marmoreo con cui sono incrostati muri, pilastri e pavimento. Altrettanto degno di menzione è l'organo del fiammingo Willem Hermans.
Le tele degli altari si susseguono in un vorticoso elenco di capolavori.
La prima cappella della navata destra conserva una bella ancona dovuta a G. A. De Ferrari, mentre quella seguente è la Crocefissione di Simon Vouet che incombe sul delizioso Presepe in marmo di Tommaso Orsolino. La pala del francese venne eseguita a Roma nel 1622 e mostra una rilettura del caravaggismo alla luce di influssi probabilmente bolognesi, o forse anche milanesi, più pacati comunque, verso cui Vouet volse dopo il primo amore per i modi del Merisi: le luci e i colori chiari in particolare risentono di questa nuova cifra che l’artista stava allora esplorando. Le statue sono del manierista fiorentino Francesco Fanelli.
Nella terza cappella troviamo un pittore poco seguito a Genova, ma si tratta di un’opera di grandissima qualità, cioè dellAssunzione di Guido Reni, uno dei massimi esiti nell’iter del bolognese.
La pala d’altare del presbiterio è la Circoncisione, uno dei primissimi capolavori di un giovane Pieter Paul Rubens, inviata a Genova nel 1605. Vitali risulteranno per il barocco genovese le novità del sottinsù, la monumentalità delle figure e il ricordo di Correggio e di Tiziano che traspare evidente. Proseguendo nella navata sinistra, si passa al quarto altare, dove troneggia la Lapidazione di S. Stefano, capolavoro di Giovan Battista Paggi. Paggi fu una figura fondamentale nel rinnovo della pittura genovese, cui contribuì sia stilisticamente - importando la lezione del raffinato tardomanierismo fiorentino - che giuridicamente, determinando la sconfitta delle corporazioni. L’altare seguente conserva quella che è forse la pala più bella di Rubens in Italia, i Miracoli di SantIgnazio (1620). Dichiaratamente scenografica, tipico esempio di quel "teatro per immagini" che è il barocco, mostra rispetto alle coeve opere anversane una maggiore rimeditazione del colorismo dei maestri italiani. Di fronte a tale irruenza barocca, quasi scompaiono la nitida impostazione manierista e gl’irreali colori del Battesimo di Cristo del Passignano, nella cappella seguente. E tuttavia la qualità della tavola permette di comprendere i motivi per cui questo artista ebbe tanto successo nella Genova di primissimo Seicento.

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