Magazine Domenica 25 novembre 2001

L'arte come merce (parte II)

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All’origine sta ovviamente l’offerta di un feticcio più misterioso di ogni altro: l’offerta di una merce per la quale non esiste alcuna domanda riconosciuta. Anzi, garanzia estetica del prodotto appare, inizialmente, l’assenza di ogni relazione formale con i prodotti riconosciuti sopra il mercato contemporaneo: L’inesteticità mercantile della forma dovrebbe valere come segno inconfutabile della sua lontananza, polemicamente resa esplicita, dalle regole del mercato corrente. Quasi che l’assenza della domanda, o il provocatorio rifiuto di ogni possibile domanda attuale, assunta come garanzia di innocenza e lealtà, potesse per sé togliere alla merce, oggi, domani e sempre, il suo carattere di merce. Il momento eroico-patetico è eroicamente e pateticamente cieco: si tratta di chiudere gli occhi sopra il momento in cui, per esistere in misura davvero riconoscibile, il prodotto estetico inizierà la propria naturale ed effettiva esistenza di merce. L’artista opera mettendo tra decorose parentesi il buon investimento di capitali che, come egli deve pure augurarsi, dovrebbe attenderlo all’angolo della strada. Egli colloca tale investimento, semplicemente e soltanto nella propria artistica immaginazione, per una adeguata igiene estetica, a una distanza infinita: ma di fatto, patetico ed eroico, è anche disposto ad accettare il rischio che per ipotesi la propria opera non esista, non entrando nella comunicazione estetica e sociale, pur di evitare, ove ciò fosse mai possibile, quel filtro della mercificazione che ne segnerà e degraderà fatalmente ogni significato. Che il mercante fiuti l’affare, in questo caso, non è affare dell’artista: e infatti, per lo più, l’affare è tutto del mercante. Il gesto dell’innocenza è l’imbottigliamento del manoscritto. Stendhal indicava già il libraio (“M. Levavasseur, Place Vendôme, Paris”) ma poteva scrivere, senza arrossire: “S’il y a succès, je cours la chance d’être lu en 1900 par les âmes que j’aime, les madame Roland, Les Mélanie Guilbert, les… ". La storia della parola "succès" è il segreto dell'estetica romantico-borghese.

Ma importa infine ripetere che, se l'arte d'avanguardia ha questa etimologia strutturale, poca consolazione, o nessuna, rimane al moralista: perché qui si rende appena evidente, in modi scopertamente drammatici, ciò che altrove si verifica con minore eroismo e con minore cinismo, e cioè operando, come sopra si precisava, da borghesi tranquilli e di piccolo affare, per i quali l'arte è pur sempre, in primo luogo, quella cosa che ognuno sa che cosa sia, nell'orizzonte di un mercato utopisticamente concepito come capace di un eterno equilibrio, in cui la domanda e l'offerta possono sempre pacificamente comporsi. Da Baudelaire in poi, ma più esattamente e più largamente, tutto il movimento della cultura romantica e borghese precipita con ferma logica. Qui l'avventura viene a insorgere perpetuamente contro l'ordine del mercato, realizzando comunque, per forza di cose, e cioè sempre per forza di mercato, la disordinata avventura della ragion commerciale dell'arte.


Edoardo Sanguineti
(courtesy Feltrinelli)

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di Donald Datti

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