Magazine Giovedì 22 novembre 2001

Uno scrittore e le sue mille branchie

Magazine - Un cannibale e 5mila pesci rinchiusi in una stanza.
Un cannibale a cui la paura ha permesso di scrivere.
Sto parlando del trentacinquenne Niccolò Ammaniti autore di , best seller uscito per Stile libero di Einaudi questo autunno.

Il Libraccio - la libreria dell'usato di piazza Rossetti - ha invitato il giovane scrittore a parlare della sua scrittura, dei suoi libri e di se stesso, come perdere quest’occasione?

Jeans, maglione a coste bordeaux, scarponcini sfatti e calze corte di spugna bianca, il giovane scrittore si racconta comicamente, «Ho iniziato a scrivere quando ho capito che non mi sarei mai laureato. Il fatto è che per caso ho incominciato ad accumulare esami mai fatti e quando è arrivato il momento della tesi, mio padre che è uno psichiatra, mi ha invitato a scriverla nel suo studio: una tragedia», continua tra le risate generali Ammaniti, «Gli incontri con i pazienti duravano 45 minuti durante i quali io dormivo, poi finita la seduta dovevo darmi un contegno, così aprivo gli occhi e facevo finta di lavorare alla tesi. Ma alla lunga la noia mi stava uccidendo e così ho incominciato a scrivere un libro. La storia era quella di un malato terminale, una roba da tagliarsi le vene ma le mie condizioni psicologiche non mi permettevano molto di più. E poi è arrivato il classico colpo di culo. Ad una festa ho conosciuto un tipo di una piccolissima casa editrice che cercava autori esordienti. Il testo che stavo scrivendo gli è piaciuto e mi ha promesso di pubblicarlo. Da quel momento in pochissimo tempo e con una foga incredibile ho scritto la seconda parte del testo. Naturalmente il mio umore era molto cambiato, ero esaltato...ne è uscito fuori Branchie con il suo grottesco portato all’eccesso e le sue immagini da fumetto».

Un romanzo al posto della tesi di laurea non è male come inizio, specialmente per chi si stava per laureare in biologia e per chi sognava di passare il resto dei suoi giorni a fare l’acquacultore e ad allevare larve di crostacei.

Da quel momento Ammaniti non si è più fermato: Branchie è diventato un film per mano di Francesco Martinotti; il suo ultimo romanzo, Io non ho paura, è diventato sceneggiatura per Gabriele Salvatores che ne farà un film, mentre , si trasformerà in pellicola grazie a Goran Paskaljev, già autore del lungometraggio .

Ma ormai che sappiamo com’è nato il testo d’esordio di Niccolò, perché non esplorare la genesi dell’ultima creatura? Sembra che la fonte d’ispirazione primaria sia stata la fretta, l’ansia che ti trasmettono gli editori, il fiato sul collo di chi aspetta un nuovo capolavoro, «Volevo scrivere un romanzo enorme di seicento pagine, ma di pagine non ne avevo ancora scritta una e sia l’Einaudi che la Mondadori stavano incominciando ad agitarsi. Così ho tirato fuori un soggetto che avevo scritto per un film, dieci pagine preziose con cui ho risolto una situazione molto difficile. Ma una volta finito pensavo che sarebbe stato un fiasco».

E invece “il piccoletto”, chiamato amorevolmente così da Niccolò per le sue dimensioni, è entrato immediatamente nella top ten. La lingua asciutta, diversa rispetto a quella delle creature precedenti, il racconto in prima persona, l’andamento secco della narrazione e l’introspezione che si riflette sul bimbo protagonista, rendono il libro uno strano esperimento ben riuscito. Quasi confessione dell’autore: la prima, dopo anni di scrittura.

(Nella foto in alto Niccolò Ammaniti alla libreria Libraccio di piazza Rossetti)

di Daniela Carucci

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