Martone e Viviani: il tempo che fu - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Sabato 17 novembre 2001

Martone e Viviani: il tempo che fu

I Dieci Comandamenti
di Raffaele Viviani
regia e scene Mario Martone
interpreti Salvatore Cantalupo, Ciro Capano, Fulvia Carotenuto, Luciana De Falco, Enza Di Blasio, Gianfelice Imparato, Marco Manchisi, Graziella Marina, Nello Mascia, Anna Redi, Danilo Rovani, Emi Salvador, Teresa Saponangelo, Mario Scarpetta, Luciana Zazzera.
voce Leo De Bernardinis
costumi Ursula Patzak
musicisti Filippo d’allio, Enrico Del Gaudio, Armanda Desidery, Daniele Esposito, Massimo Ferrante, Guglielmo Grillo, Roberto Schiantò, Daniele Sepe, Lello Settembre
musiche Raffaele Viviani
luci Gino Potini

Fino al 25 novembre al Teatro della Corte di Genova

Raffaele Viviani la scrisse durante la guerra, nel 1944.
Ultima sua opera che non riuscì a mettere in scena.
È una commedia in dialetto. Uno spettacolo corale che si nutre di pezzi da cabaret, di musica e canzoni, di situazioni tragicomiche e di vita popolare.

Resta lontano per epoca, sia nel linguaggio che nei toni, che per struttura (non per niente lo svolgimento ad episodi è tipico del teatro e del cinema degli anni trenta-cinquanta, Rossellini, Coward, Duvivier, Emmer, Amidi, ecc.).
Ma a partire dal quinto quadro, dal comandamento “Non ammazzare”, qualcosa si muove. La forza drammatica di questo atto sta nella staticità con cui i personaggi reagiscono alla situazione, mostrando genuina viltà e un vero spaesamento di fronte a qualcosa di cui tutti e nessuno è colpevole. Da qui si comincia a familiarizzare con la struttura dell’opera (10 brevi atti) e con questi disgraziati personaggi.

La disperazione li accomuna tutti. È una disperazione che nasce dalla fame e dalla povertà. Il Dio, a cui si rivolgono i bravissimi attori (da Nello Mascia, a Mario Scarpetta, e in particolare le donne Lucianna De Falco, Anna Redi e Fulvia Carotenuto, per citarne solo alcuni), è impietoso e per lo più infierisce su di loro, ma allo stesso tempo esalta quella famosa dote partenopea, che consente di tramutare il dolore in forza propulsiva e condurre, con una propria motivazione, anche la più misera delle esistenze.

Lo stretto dialetto napoletano, su cui scorre tutto lo spettacolo, rende alcune parti simbolicamente significative, quasi testimoni di un messaggio della tradizione più che di una comunicazione attuale.
A tratti incomprensibile, il dialetto diventa lingua e anche là dove il senso non risulta il ritmo porta ad un significato. La regia di Martone resta dietro le quinte, per una realizzazione didascalica e, forse, un omaggio, al suo autore. In scena, tutto è nelle mani degli attori, che si occupano anche della scenografia. Muovendo un grande cilindro, viene proposta come ambientazione ora una via, ora una piazza, o ancora l’interno di una casa. I quadri sono dieci come i comandamenti, ognuno di lunghezza diversa, e tutti introdotti dalla declamazione del titolo a cura della voce solenne di Leo De Bernardinis. Un breve momento musicale indugia per indurre a riflettere su quelle parole, prima di ogni atto.

È uno spettacolo che suona strano, ma suona. Le capacità degli interpreti valorizzano un testo potenzialmente universale, ma forse in cerca di attualizzazione. Il coup de théatre finale, risolve la distanza, colma e subito fa straripare la drammaticità rimasta inesplosa.

Mario Martone a Genova per lo spettacolo


Il regista ospite @ mentelocale café
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Per vedere alcune foto delle prove dello spettacolo


Se avete ancora sete di notizie, ecco l'indirizzo di una lunga intervista a Mario Martone

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