Concerti Magazine Domenica 4 novembre 2001

Nel cuore pulsante della musica italiana

Carlo Antonelli, genovese, 36 anni, responsabile artistico per la , l’etichetta di Caterina Caselli. Traduzione: quello che si occupa di scegliere gli artisti e il repertorio dei cantanti (come Bocelli ed Elisa, giusto per citare gli ultimi successi). Lo pesco al telefono mentre è all’aeroporto di Londra, in attesa di imbarcarsi per Genova. Ogni tanto è costretto ad interrompersi e lo sento parlare in inglese con gli addetti al check-in.

Come sei arrivato a fare questo lavoro?
«Mi sono sempre interessato di musica. A sedici anni tenevo già un programma in un’emittente di quartiere: da allora ho sempre bazzicato nell’ambiente, fino a collaborare con Totò Miggiano, allo Psyco, intorno alla metà degli anni ’80».
Poi?
«Poi mi sono iscritto a Giurisprudenza, a Genova, e ho finito col laurearmi con Guastini, un filosofo analitico del linguaggio. Con una tesi sugli aspetti magici del diritto d’autore».
Temo di non aver capito.
«Ti spiego. Uno “possiede una canzone”: che vuol dire? Invece quest’idea della proprietà di un bene immateriale confina con la pratica magica».
In effetti…
«Io in verità sono sempre stato attirato da questi aspetti culturali della musica, più che dai musicisti in sé. È un approccio sulla falsariga di quelli che qui in Inghilterra si chiamano “studi culturali”: leggere un fenomeno dal punto di vista culturologico e sociologico. Soprattutto mi ha sempre intrigato la questione del consumo musicale.
Comunque, per finire, sono andato a Bruxelles per una specializzazione sul diritto d’autore, ho mandato un po’ di curriculum a Milano ed eccomi qui, sono ormai dieci anni che faccio questo lavoro».
E non solo questo, mi risulta che scrivi anche.
«Sì, ho scritto un libro, con Fabio de Luca, che s’intitola “Discoinferno” ed è una lettura culturale del fenomeno del ballo. Poi ho curato per Einaudi la collana “Stile libero”, per la quale ho scritto “Fuori tutti”, un’esplorazione delle camere da letto degli adolescenti».
Tornando al tuo lavoro, cosa ci puoi dire di quest’esperienza?
«La Sugar è un caso eccezionale di alto artigianato italiano che diventa un caso internazionale, un po’ come l’alta moda. Infatti oltre a noi non esistono case discografiche italiane economicamente interessanti: il mercato è dominato al 90% dalle multinazionali. La Sugar nasce come tentativo di rifare la CGD, come si chiamava prima del fallimento e del passaggio a Caterina Caselli. All’inizio eravamo in due, io e lei, poi per una serie di casualità, di intuizioni e di vere e proprie botte di culo siamo arrivati ad avere questa dimensione. Quello di Bocelli è un caso eclatante nel suo genere: con 35 milioni di dischi venduti è uno dei primi cinque cantanti al mondo. E anche lui – come Elisa – è frutto di un approccio culturale».
In che senso?
«Per Bocelli abbiamo lavorato molto sulla percezione che si ha dell’Italia da fuori: è un cantante che risponde ad un’immagine di fantasia, di come si pensa che sia l’Italia, piuttosto di ciò che è. E l’operazione-Elisa è simile, anche se del tutto opposta: una cantante, donna, che ha vent’anni e che quindi può permettersi di cantare in inglese. Tutto il contrario di quello che ci si aspetterebbe da un’italiana.
E tieni conto che sarà la Sony di New York a curare la distribuzione di Elisa: nel 2002 sarà l’artista internazionale più pompata del nuovo panorama».
Ultima domanda: Genova musicalmente.
[Rumore di un lungo sospiro, ndr] «È stata estremamente importante ma molto sottovalutata negli anni ‘80, con cose che poi si sono vagamente viste tipo i Blindosbarra o questo duo di dj che vanno di moda a Londra adesso, i Tuttomatto. In quegli anni si sviluppò una preziosa attenzione alle musiche nere su cui oggi si possono fondare le basi per la nascita della musica futura: una musica per i nuovi italiani, in una dimensione multiculturale che rispecchi la realtà di una città multietnica.
Ci sono tutti i presupposti per vedere sbocciare la generazione dei diciotto-ventenni, ragazzi che non hanno subìto la cappa del pessimismo e che vivono in una città rinnovata sia esteticamente che culturalmente. C’è da augurarsi che sappiano sviluppare uno spirito meno provinciale, tanto più che Genova può contare su figure chiave dislocate in tutta l’industria mondiale, anche in quella discografica: basti pensare a Paolo Caredda, un genovese che ha curato per anni l’immagine estetica di MTV Europe.
Ma è necessario un grosso sforzo di coraggio da parte di tutta la città, che deve imparare ad accettare il contemporaneo. Solo così si potrà cancellare il flagello della tradizione dei cantautori, e ce li metto tutti, compreso il disgustoso culto sulla figura di De Andrè. Bisogna mettere da parte questa insopportabile inclinazione allo spleen, paraculturale e di medio gusto: poi eventualmente fra vent’anni li recupereremo per rivalutarli in tutta tranquillità».

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