Concerti Magazine Venerdì 2 novembre 2001

A tutto Pop!

L’anno scorso Alice mi ha detto che avevo una buona cultura pop. Alice è americana. Io non ho capito se sentirmi onorato o offeso dell’apprezzamento. Teoricamente, detto da un americano potrebbe considerarsi come un bel complimento, ma io sono europeo anzi meglio, sono italiano (nel senso buono).
Pop sta per popular cioè popolare, alla portata di tutti. Allora significava che ho una buona cultura di massa, a buon mercato? Forse aveva ragione. Forse il nostro paese è il principe delle culture a buon mercato.
Sicuramente, se c’è una cosa che invidio agli Stati Uniti è la musica pop. Nonostante gli illustri connazionali, del presente e del passato, sono convinto che l’America in fatto di musica ci abbia sempre surclassato. Probabilmente anche in prepotenza, ma questo è un altro discorso.
Ricordo ancora quando mio padre mi regalò Destroyer dei Kiss.
Avevo nove anni.
In quel momento mi convinsi di aver capito tutto. In quel album c’era (e c’è tutt’ora) la perfetta alchimia per rovinare un bambino. Astuto mio padre. Non si pentì mai abbastanza del regalo.
Con la gente che gira ora, possono far sorridere quattro pagliacci che cantano di “party tutta la notte e rock’n roll tutto il giorno”, oppure di “Dei del tuono cui sacrificare vergini”. Ma mi sembra che anche adesso sia più o meno la stessa storia.
Trovo Marylin Manson un gran elegantone.
Se il babbo mi avesse regalato qualcosa di Mozart o Vivaldi chissà come sarebbe andata? Forse allo stesso modo o forse no: non ha importanza.
Quello che conta è che i Kiss erano fichissimi. Dei fichi assoluti. La sintesi di tutto: fantascienza, fumetto, orrore, esaltazione di tutto ciò che è futile e superficiale, cioè divertente. Cultura pop, appunto.
Nei successivi dieci anni ho fatto un “escalation” o meglio una “de-scalation” di tutto quello di più rumoroso e sovversivo sul mercato discografico. Certo, gli anni ottanta, perché è di quelli che stiamo parlando, mi hanno fatto anche apprezzare la new-wave inglese (non quella italiana, né il free-jazz per dirla alla Battiato), però fu il punk quello che più mi esplose dentro. Ebbene sì.
Insomma seguivo il perfetto breviario per non conoscere né frequentare ragazze. In una città di provincia… E per di più al liceo scientifico: La negazione. La casta. Il pariah.
Verso i sedici anni incominciai a frequentare le ragazze. Solo una per la precisione. I suoi genitori erano democristiani militanti (era ancora trendy), ma io dissimulavo bene mostrandomi carino, educato e poco folcloristico.
Quando andavo a trovarla lasciavo a casa il chiodo e cercavo di parlare poco.
Avevo già imparato i vili compromessi della vita. Un punk della domenica.
Mio padre, dal canto suo, nonostante l’errore precedente, non era esattamente un gaudente libertino. Almeno non in pubblico, nel privato non l’ho mai saputo.
Cavoli, ma Joe Strummer, Iggy Pop e David Bowie non saranno mica nati già così come li abbiamo sempre ammirati sulle copertine?
Saranno andati alle superiori pure loro, avranno mentito spudoratamente anche loro pur di pomiciare? E, chi lo sa…? Forse a New York o nei bassifondi di Brixton era tutta un’altra storia.
Le mode, le anti-mode e tutto quello che è giovanile sono movimenti transitori ma al tempo stesso formativi. Non penso che esista una buona ed una cattiva strada, come un buon ed un cattivo gusto. Talvolta mi sento molto fiero del mio cattivo gusto, forse consapevole, certo, ma non per questo poco spontaneo o finto.

Come si fa a vivere senza essersi fatti una canna ascoltando Space Cadet dei Kyuss?
O aver guidato in autostrada, di notte, senza Longue route degli Young Gods?
E far l’amore con i vecchi album di Nick Cave?
Meglio ancora: pogare con i Minor Threat!

È tutto pop. Dentro e fuori. È la strada di ognuno di noi, tanto bella quanto unica ed inimitabile. Inviolabile.

“ Baby i’m born to loose and gamble it’s for fools…
But that’s the way, I like it, I don’t want to live forever!….
….and don’t forget the joker! “
(Motorhead - The Ace of Spades)


Marco Giorcelli

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