Magazine Mercoledì 31 ottobre 2001

Storie di spettri e crudeltà

Magazine - Pubblichiamo un estratto del saggio Per una letteratura della crudeltà, scritto nel 1967 e ora inserito nel volume Ideologia e linguaggio di Edoardo Sanguineti.
Del libro, uscito per la prima volta nel 1965 presso l'editore Feltrinelli, viene oggi proposta una nuova edizione rivista e ampliata, curata da .


Di recente, alla morte di Breton, abbiamo avuto tutti l’occasione di meditare, se non ce la siamo lasciata sfuggire, intorno al fatto che la grandezza del surrealismo era per intiero nei suoi limiti: nell’aver affrontato con forza ostinata, e con esito limpidamente fallimentare, i due nodi che nessuna avanguardia – per non dire di altri esercizi di cultura – è stata poi in grado di sciogliere o di superare (o di tagliare). Si tratta dell’uscire fuori dalla letteratura, ponendosi “en dehors de toute preoccupation esthétique” (“ou moral”, come proseguiva la lettera del Manifesto 1924); e del mettere la letteratura (il surrealismo) al servizio della rivoluzione. Come ultima tra le grandi avanguardie storiche (e non in un senso semplicemente cronologico, ma quasi in forza di un provocante simbolo), il surrealismo è il fantasma che giustamente perseguita ogni avanguardia ulteriore, e le nega pacifico sonno. Il che significa anche che ogni avanguardia, dopo il surrealismo, qualunque forma assuma, sta o cade, e in ogni caso si giustifica e si giudica, sul terreno di questa duplice prova, cui essa è apertamente chiamata. Ora, una letteratura della crudeltà deve essere oggi invocata come la sola capace di vanificare dalle radici una simile problematica. Da un lato, essa sa che la “préoccupation esthétique” ha la forza di un’istituzione sociale e possiede le armi stesse dello stato, e non si corregge che sopra il terreno delle istituzioni e dello stato, immediatamente – non certo sopra il terreno delle idee o in regime di psicologia (della produzione letteraria, o altrimenti); e sa, insieme, che come di psicologia, essa è già fuori, obiettivamente, delle istituzioni e dello stato. D’altro lato, essa non è al servizio della rivoluzione dialettica che abbiamo voluto ricordare a principio, delle parole e delle cose. Così, sempre nella forma ideologicamente condizionata (in sede di preistoria) dell’anarchia, la letteratura della crudeltà sperimenta ormai il superamento delle istituzioni e dello stato, cioè quell’idea (la sola idea, per l’esattezza) che ha la forza della fame. Dalla cultura, del resto, non abbiamo altra idea da estrarre, oggi.

Nessuna forma di esame critico della parola letteraria si sottrae, ai giorni nostri, a un sistematico (più o meno scientificamente addobbato) allegorismo. Nella specializzazione professionale, esso incontra poi varianti numerose, dal grammaticale al sociologico. Ciò che importa, al momento, tuttavia, è la costanza e l’energia del fenomeno. Sul versante istituzionale, abbiamo una sorta di confessione interna della insufficienza della parola, al modo appunto in cui essa è istituzionalizzata. Ma, proprio per l’interno crescere della cosa, si può verificare insieme, in effetti, la crisi patente dell’istituzione (e del suo attuale processo, della sua attuale configurazione, segnatamente). La critica letteraria, ricordava Spitzer, è nata, nella nostra cultura e civiltà, dalla apologia (filologicamente caratterizzata) dei testi sacri. Tutta l’esegesi biblica che oggi si sviluppa, nell’immenso orizzonte della letteratura profana, risolve il giudizio – spesso implicitamente – in modo realmente profondo quanto riflessivamente immediato, nella misura del livello di allegoria (di allegorizzazione) di cui un testo dato può essere portatore, di cui un linguaggio dato è in grado di farsi (cor)responsabile. Una letteratura della crudeltà, dal punto di vista della critica (dell’esame critico della parola letteraria), opera consapevolmente – cinicamente – per allegorie. La sesta difficoltà per chi scrive la verità, oggi, consiste ormai in questo.


Edoardo Sanguineti
(courtesy Feltrinelli)

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di Donald Datti

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