Magazine Martedì 30 ottobre 2001

Il corpo e il caos (parte III)

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Moresco, con questa discesa agli inferi e dentro se stesso, crea (e la figura del creatore è una delle ossessioni del libro) una grande allegoria dell'alienazione contemporanea, della trasformazione dell'uomo in merce: questa riduzione è resa visivamente dall'unione indistinta di uomini e animali, una sorta di nuovo androgino del postmoderno. Questa serie di immagini possiede una forza e una violenza fuori del comune, poiché la visionarietà di Moresco si fonda su una forza di linguaggio e di espressione, che ha la sua base nell'essenzialità della comunicazione.

In questa prova narrativa, l'autore, se è possibile, riesce a creare una scrittura visionaria, che è un passo oltre, per forza, ritmo e tono, quella degli Esordi. Questa scrittura permette all'autore anche di narrarci l'unico romanzo possibile, e infatti Moresco, in questi tempi bui, ci racconta benjaminianamente il romanzo del narratore, un romanzo che segna il superamento della trama e della storia per entrare negli spazi della tragica oscenità. È questa la peculiarità stilistico-formale che si addice all'epoca del tardo capitalismo. Il Libro, con tutti i diversi libri che contiene, ricorda per forza di visione e di espressione il teatro di Bene e della Societas Raffaello Sanzio. E dal romanzo e dal teatro nasce questa nuova forma di narrazione, nella quale la descrizione viene sfruttata fino alla fine, in tutte le sue potenzialità, tanto che questo tratto ipernaturalistico, in questo nuovo contesto, dà vita alla allegoria moreschiana, che svela e mostra la violenza nascosta della società. Per certi versi, seppure attraverso una serie di mediazioni letterarie, questa scrittura è un j'accuse forte e senza possibilità di mediazioni contro i processi, sottili e difficili da individuare, di alienazione e di espropriazione dell'umano che sono necessari al piano sociale-economico per riprodursi. Moresco ci mette, sotto gli occhi, nudo il Potere.

In virtù di fraintendimenti e leggerezze, numerosissime interpretazioni parleranno di romanzo porno, mentre in realtà, l'oscenità, qui come in De Sade, non è mai gratuita e compiaciuta; il concentrarsi sul dettaglio fisico (e proporre quindi ogni elemento di una vagina o di un tatuaggio sul glande) serve a trasmettere, concretamente e senza patetismi, il vuoto, il nulla, il mostro della nostra esistenza: corpi dilaniati, ridotti a spazzatura, sono quello che oggi fabbrica il sistema di produzione, che produce anche, inevitabilmente, i rapporti umani.

Moresco è uno dei pochi che fanno della scrittura un campo di ricerca di nuove forme e sensazioni: l'ossessione della creazione non è solo un tema dell'opera, ma guida proprio l'autore nella costruzione. L'immaginazione, in termini surrealisti, con quel misto di conscio e inconscio, appare la vera mente creatrice di questi canti dall'inferno, di questa scelta neodantesca per rappresentare l'inferno della globalizzazione.

di Donald Datti

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