Una sera all'Hop per vedere «il» teatro - Magazine

Teatro Magazine Martedì 30 ottobre 2001

Una sera all'Hop per vedere «il» teatro

Magazine - Da piazza Soziglia si sale per l’angusto e solitario Vico dietro il coro delle Vigne. Quasi privo di portoni, il percorso di pietra medievale - o da videogame - si apre su piazzetta Cambiaso, un’aia di mattoni rossi sulla quale si affaccia il prestigioso palazzo che ospita da anni l’ambizioso progetto dell’H.o.p. altrove. Centro “multi-indisciplinato” che intende ospitare musica, danza, teatro, cinema, una biblioteca e un café, in poche parole un vero luogo destinato alla creazione artistica e alle sue varie forme espressive. Da anni (per fare qualche numero, correva l’anno 1987), è la testa di tutto questo e, senza fare della facile ironia e neppure limitarsi a sardoniche polemiche, questa settimana ci propone di festeggiare il 14° anniversario di questa storia con quella che lui definisce "l’ultima performance clandestina".

Alla prima sono arrivata di corsa e ho scoperto la via breve per arrivare a questa meta. Ma con un po’ di calma e la voglia di passeggiare per i vicoli, vale la pena salire dall’incantevole piazza delle Oche e su per via delle Vigne e a destra per vico della Lepre. Una festa di vetrine con musica e locali, che contrasta fortemente con tutto l’immediato contorno, e racconta di un rinnovamento possibile del centro storico già in parte avvenuto.

Davanti al teatro un nutrito gruppetto di persone. Sono vestite eleganti ma sobrie, per una serata a teatro che sembra quasi un invito a Casa Jorio. Nella piazzetta c’è persino un cane al guinzaglio, dal collare penzola un cartello: “Sono a teatro”.

Lo spettacolo comincia un po’ in ritardo, d’altra parte è una prima. Gli spettatori non paiono tuttavia disturbati, piuttosto, come scolaretti in gita, salgono e scendono dall’elegante scalone affrescato dell’atrio, per curiosare fin dove possono. Sul biglietto si avverte “Biglietto clandestino. Per non lasciarne traccia siete pregati di mangiarvelo entro la fine dello spettacolo”. E vien subito voglia di incorniciarlo. Il bello di tutta questa storia è infatti l’atteggiamento puramente comico e surreale che ha preso il sopravvento sugli attanti e gli attori. Cosa che stupisce, intriga e genera invidia. Sì perché, come si fa a non incazzarsi a bestia, dopo tutto questo tempo? Ed è nell'assenza di un referente che risponda che si trova la pace.

Ci sediamo tutti al buio. Voglio la prima fila a tutti i costi e, sebbene sia entrata per ultima, mi riesce di accaparrarmi un posto. Comincia lo spettacolo, ma qualcosa non torna: le voci vengono da dietro. Mi giro all’istante, pensando al teatro del suono di Liberovici, che ti sorprende di preferenza alle spalle. Ma questa volta non si tratta di voci registrate, bensì degli attori. Loro sono dietro e ci chiedono di girarci. La cosa piace a tutti, è il caso di dirlo grandi e piccini.

Beckett, Manganelli, Cioran e Stecchetti, cos’hanno in comune? Sono gli autori messi insieme dal dramturg Jorio e messi in scena da Franco Leo (per dieci anni con Carmelo Bene), la straordinaria Graziella Cerri, c’è anche lo zio Fester con qualche chilo di più e qualche centimetro in meno, Franco Testa e poi in kimono Simona Fasano e la sciantosa in erba Paola Ferrando. Parlano di morte e merda e di merda e morte ma anche di pazzia e cadaveri che poi saremmo noi del pubblico. È un delirio organizzato, che si finge improvvisazione, fortemente caratterizzato da un contesto mortifero completo di bara e un abbondare di drappi neri.

È una serata diversa, nell’itinerario fisico-geografico, in quello spettacolare, ma anche in quello del pensiero. Piacevole in tutte le sue parti. Non volgare nemmeno nei momenti in cui la scatologia arriva al suo limite e il corpo e gli escrementi coabitano fino a schiacciare il corpo.

Se a Londra ci fosse, questo posto sarebbe un club-teatrale esclusivo come l’Hampstead Theatre e sarebbe “il” teatro.

Silenzio h.o.p. risolto
c’è tutte le sere
fino a domenica 4 novembre, alle ore 21.30
in Piazzetta Cambiaso.

Basta essere disposti a mangiarsi il biglietto…

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