L'intramontabile grottesco di Gogol - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Giovedì 25 ottobre 2001

L'intramontabile grottesco di Gogol

Magazine - L’ispettore generale di Nikolaj Gogol'
versione italiana Vittorio Franceschi
dall’adattamento francese André Markowitcz
musiche Alfred Schnittke
regia e scena Mattias Langhoff
costumi Catherine Rankl
luci Piero Niego
fonica Claudio Torlai
pittura del ciclorama Catherine Rankl, Antoine Fontaine
interpreti e personaggi Eros Pagni (il Sindaco), Muriel Mayette (Anna Andreevna), Emmanuelle Wion (Marja Antonovna), Federico Vanni (il preside), Marco Sciaccaluga (il giudice), Roberto Alighieri (il sovrintendente), Aldo Ottobrino (il direttore delle poste), Jean-Marc Stehlé (il medico), Vittorio Franceschi (Dobcinskij), Antonio Zavatteri (Bobcinskij), Jurij Ferrini (Chlestakov), Ferruccio Soleri (Osip), Rachid Zanouda (il commissario, il garzone del’osteria), Marco Zanutto (Abdulin), Trinidad Iglesias (Fevronja Petrovna)

Teatro della Corte dal 19 ottobre all’11 novembre, h. 20.30

“Quello di Gogol’ è un testo d’eterna attualità: ci dice cos’è la corruzione, e il suo legame con un sistema politico, all’interno di una società che produce la paura. Certamente è un grottesco, una tragicommedia, ma anche un classico molto più moderno di tanti testi contemporanei”
Matthias Langhoff

Il 1836 è l’anno in cui «L’ispettore generale» viene rappresentato per la prima volta.
Pausa.
È un classico, come dice Langhoff, ma per contraddire il noto regista, la sua modernità sta nell'essere intramontabile e nel parlare a noi oggi, nonostante l'età. E non nel suo confronto con i testi contemporanei che in tutt'altra epoca verranno giudicati.
Pausa.
Un "classico delle scale", direi, dei corridoi dei meandri conosciuti con Kafka. Un classico della macchinosa realtà burocratica russa. Macchinosa come la grande torre ruotante sulla scena di questa produzione diretta da Matthias Langhoff. Torre o “babelica scenografia”, come la definisce il programma, che sul finale diventa gigante macinino, mentre sbriciola la piccola noce della meschina e inetta società provinciale messa a soqquadro dall’arrivo dell’ispettore generale.

La torre a spirale al centro del palco è la città: la casa del sindaco, la stamberga in cui alloggia il “finto” ispettore generale, l’osteria in cui tutta l’amministrazione cittadina si ritrova per il pranzo. Culla e tomba di una realtà tanto chiusa su se stessa e bigotta da vivere di soprusi incestuosi che l’uno o l’altro degli amministratori porta avanti alle spese di qualcuno dei suoi concittadini. Il Sindaco si approfitta dei commercianti, il giudice si disinteressa del suo tribunale, tanto da lasciare che la sua anticamera sia adibita ad “allevamento di oche domestiche”.

Diviso in cinque atti lo spettacolo di Langhoff dura 4 ore che, sorpresa, trascorrono rapide in un continuo mutare della scena e dei teatrini che questa apre al suo interno, anche nel corso delle azioni principali. Il grottesco di Gogol’ si manifesta nei personaggi, che sono caratteri più che individui, come nel teatro di Goldoni. E prende vera forma attraverso le battute della coppia Dobcinskij (Vittorio Franceschi), Bobcinskij (Antonio Zavatteri). Al centro dell’azione drammatica la “finzione”. Fingere per mascherare gli “scheletrucci nell’armadio”, che più che piccoli misfatti sono la vera realtà di questi personaggi e della loro città.

Il cast europeo risplende attraverso la performance dinamizzante delle donne, (Muriel Mayette, Emmanuelle Wion e Trinidad Iglesias), che sebbene a livello drammaturgico rappresentino meri siparietti, in questa produzione emergono con grande caparbietà su un mondo al maschile privo di fascino. Donne volgari come la città, ma che il regista rende metafore in movimento dal potere amplificatorio che, sfruttando la ripetizione delle battute, creano la scena più bella di tutto lo spettacolo. Donne, struttura scenografica e regia, dunque, di grande impatto per uno spettacolo che propone teatro e metateatro, in cui gli uomini, in realtà veri protagonisti, restano piccoli piccoli e propongono una recitazione monocorde nel tono e nel ritmo.

Uno spettacolo che, nella sua forma intera, propone un “sommario” del teatro e dell’arte dell’avanguardia tedesca dei primi del ‘900, con citazioni autorevoli dal cinema espressionista alla letteratura fino a Brecht, il cui teatro però resta difficile da raggiungere e imitare. La musica e le canzoni sostengono la carnevalesca parata di situazioni, attraverso la sonorità della lingua russa che restituisce un contesto ormai lontano, senza spingere troppo verso l'attualizzazione. In un generale abbondare di risorse, strumenti e conoscenze, il ciclorama che si anima sopra la “babele”, diventa un elemento di troppo che sposta ulteriormente l’attenzione, senza un reale vantaggio per lo spettatore.

Per informazioni 010 5342300
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