Magazine Martedì 23 ottobre 2001

Maroko il giostraio (II parte)

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Però il luna park è anche divertimento. Luci artificiali, nuovi amici. Vuol dire fermarsi per un po', almeno venti giorni. Colazione al bar di fronte che ai giostrai fa lo sconto. Un bar pieno di vecchi che fumano e bevono la grappina al mattino e poi sputano per terra. Brioche e cappuccino e anche una sigaretta a metà col babbo. Un inizio giornata da grandi, una festa diversa dalle solite mattine rapide con il latte bruciato che la sorella scalda distrattamente con un bambino in braccio e uno dietro la schiena.
Vuol dire non svegliarsi la mattina che è ancora buio per aiutare a caricare il camion e girare tutti i paesi, anche lontani chilometri.
Tolè, Vergato, Riola, tutte le frazioni. Quattro case sparse, centri piccolissimi. Piazze, sagre e fiere. Con la nebbia e il freddo che entra nelle ossa, tutti i giorni compresa la domenica. Soprattutto la domenica che è proprio quando i genitori portano i bambini alla giostra. La domenica è il giorno della festa. Feste un po' slabbrate e pigre, odorose di paste alla crema e di discorsi senza fine, odorose di vino nuovo. Lui le guarda quelle famiglie di gagi che gli sembrano strane. Ragazzi della sua età dall'aspetto tanto più piccolo e sperduto. Che ne sanno della vita e dell'alzarsi al mattino per aiutare il babbo? Che ne sanno della guerra? Maroko è un uomo, loro sono lattanti. Li prenderebbe a botte se potesse, li farebbe rotolare per terra coprendoli di lividi che è niente in confronto a quello che è capitato ai suoi amici di Dolac. Non può. Deve mandar giù la saliva ed essere gentile coi figli dei gagi. Deve salire sulla giostra e girare a ritirare i tagliandi. È il suo compito, e per lui è un onore. Esegue e non li guarda neanche in faccia, quando scende sputa per terra senza farsi vedere.
Il babbo la sera raccoglie rame e ferro vecchio e spesso è stanco, nervoso. Quando si arrabbia diventa una furia, lo picchia forte con la cinghia come il nonno, e urla strane cose in slavo, cose che lui non capisce perché è troppo forte il dolore e la testa non funziona. Vede la bocca del babbo spalancata, le labbra grosse e screpolate, una bocca che è una caverna invadente e incombente che sta per distruggerlo articolando suoni cattivi, e lui sa che sono i suoni e le parole del dolore, offese da grandi dette in una lingua antica, e il cuore le percepisce come tante piccole ferite di una lama.
Ubbidire in silenzio, questo deve fare. Quando è allegro il babbo la sera porta a casa dei sacchi di castagne e le mangiano tutti insieme davanti al fuoco. Tutto il campo esce a mangiare, a ridere e a ballare. C'è sempre qualcuno che racconta un "paramicia darané", una storia di diavoli e di mangiatori di galline. Fanno tutti silenzio, i bambini stanno lì, a bocca aperta , castagna, storia, castagna, non si sente più il freddo e la puzza dello scarico del campo. Non sembra più di essere in un paese strano pieno di supermercati e di antenne televisive, di negozi di pizza al taglio e telefonini. Solo le donne tornano dentro le roulotte a lavare i piatti o ad allattare i più piccoli.
Maroko un giorno ha sbirciato sua sorella più grande allattare il suo quarto figlio. La sorella ha sollevato la maglia e lui ha visto quel piccolo bambino rugoso attaccarsi al seno che era così gonfio e tondo che pareva dovesse scoppiare da un momento all'altro. Sua sorella ha ventidue anni e aspetta già il quinto figlio. Suo padre dice che le donne servono a questo e poi per cucinare. Anche per divertirsi dicono gli amici di Maroko, quelli più grandi che qualche volta vanno nei campi con Dunja. Lei vende le rose e sta con tutti, proprio con tutti, non dice di no a nessuno, e per questo la tollerano nel campo. La proteggono gli uomini, perché le donne la vorrebbero mandare via lanciandole delle pietre. Maroko ci pensa a Dunja prima di dormire e delle volte lo prende una strana eccitazione che non sa come fare per controllarsi. Nessuno deve accorgersi che gli diventa duro sotto alle coperte, quando gli appare l'immagine di Dunja con le rose in mano, e con quei capelli lunghissimi e scuri che sembrano più morbidi delle rose. Lui li mangerebbe i capelli di Dunja, si sveglia la mattina con quell'odore di rosa e sapone che gli sale per le narici, che lo fa tremare. Perché mandarla via , perché odiarla. Lei è sola e un po' strana, le piace fare l'amore, chiamare i ragazzi grandi e dire vieni nel parco, te la faccio vedere.
E poi loro la fanno sdraiare e le fanno allargare le gambe, lei solleva un po' la lunga gonna a fiori, strizza un occhio e dice venite, venite, e subito loro si slacciano i pantaloni facendo commenti volgari e si appoggiano sulle sue gambe bianchissime, facendole anche male. Lui lo sa, li ha visti da lontano, e avrebbe voluto urlare.

Francesca Mazzucato

Continua domani...

di Daniela Carucci

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