Magazine Martedì 23 ottobre 2001

Maroko il giostraio ( I parte )

«Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine fra due mondi, conoscerli e comprenderli ambedue e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi e oscillare fra l'uno e l'altro per tutta la vita, avere due patrie e non averne nessuna, essere di casa dovunque e rimanere estraneo a tutti, in una parola vivere crocefisso ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo»

Ivo Andric, scrittore bosniaco premio Nobel

Maroko aspetta il periodo del luna park a parco Nord, all'inizio di ottobre. Giornate languide e ancora calde. Le ragazze con le gambe scoperte e tracce di abbronzatura, vestiti leggeri col seno in vista. Tempo per sbirciare, l'inizio autunno tiepido di Bologna. Caldo come certe volte in Bosnia, quando le stagioni erano perfette e nitide come pietre preziose, le notti limpide che sembravano fotografie dei giornali, ma c'era la fame. Fame, urla, tanta fatica e sudore, le imprecazioni della nonna e le botte del nonno quando lui non voleva lavorare e scappava lontano, nel campo, dove non riusciva a raggiungerlo perché dopo pochi passi gli veniva l'affanno (e allora l'aspettava di sera, quando cercava di tornare passando dalla finestra, e lo picchiava con la cinghia dei pantaloni fino a lasciargli bolle viola sulla pelle).
Nei campi Maroko cercava rami per fare delle fionde, o le lucertole per tagliargli la coda con un colpo secco. Si ricorda bene l'odore della terra e le foglie con quel colore che non ha mai visto da nessuna parte. Piccole e mosse dal vento, oppure lucidissime e appena imbrunite. Però niente o quasi da mangiare, un cucchiaio di zuppa e tante patate, qualche frutto rachitico e un po' di insalata, nei giorni buoni. Altrimenti pane secco da ammorbidire in enormi tazze di latte. Quello non mancava mai, perché il nonno aveva speso gli ultimi soldi per una mucca e la mamma tornava ogni mattina dalla stalla piegata sotto le pentole di latta dove il liquido bianco oscillava pericolosamente. Tutta quell'abbondanza appena arrivato in Italia l'aveva sorpreso, confuso. Una favola continua, una festa di colore. Mai più notti silenziose, ma costante il movimento delle voci, la presenza delle cose. Tante cose. L'Italia gli era sembrata subito pienissima, un magazzino debordante, un acquario con i pesci fitti fitti, di tutte le dimensioni.

Maroko-che-aspetta-ottobre aveva girato appoggiando il naso alle vetrine delle botteghe. Poi era entrato in tutti i supermercati di Bologna con la luce al neon e la musica di sottofondo dietro alle casalinghe con i carrelli. Odori e merci di tante forme diverse, scatole di cartone, frutta esposta in maniera ordinata, quasi sculture di pesche, mele, albicocche e kiwi. Gelatine dolciastre, e tanta carne che evidentemente non era più un lusso come da lui, al paese. Tutte le sofferenze e le violenze del suo popolo passavano su quegli scaffali e fra i cartoni in una muta sequenza, la mamma, la nonna col mal di cuore, l'amico Ivan mutilato che non può permettersi la protesi.

Maroko la guerra ce l'ha alle spalle ma anche dentro, Maroko-anima-campo-di -battaglia, quando mangia svelto dietro alla siepe del parcheggio quello che ha rubato, si sente risarcito. Rapidi passaggi fra tutti quegli scaffali, fra le bibite colorate e le caramelle, stupito, col batticuore e a volte gli occhi che gli si riempiono di lacrime, non sa bene perché. Fa sparire le cose nelle tasche quando nessuno guarda e infila qualcosa anche nell'elastico della tuta, velocissimo e coraggioso come un animale del bosco. Un furetto con la testa nera. Cioccolata molle e densa mangiata infilando il dito nel vasetto e allontanando un cane randagio, e pane e anche la pasta cruda che gli scricchiola sotto i denti. Latte condensato dolcissimo e bianco. Un tubetto per Ivan quando lo rivedrà, che sa che accadrà un giorno, quando potrà comperargli una bella protesi nuova.

Maroko ha tanti progetti, ma qualche volta trema di paura che gli pare di sentire ancora gli spari dei cecchini. È finita, è finita, è finita. Un conto è dirlo, un conto è ripeterselo ossessivamente, un conto è farlo capire al cuore.

Maroko ad agosto comincia a fare dei segni sul calendario e conta i giorni. Meno sei-meno cinque-meno quattro-meno tre-meno due-meno uno al luna park. Qualche volta lo sogna, è il momento più bello dell'anno. Bello come le due volte che ha visto il mare, l'acqua verde-smeraldo che pareva illuminata da una luce interna si infrangeva contro gli scogli neri ed aguzzi con un rumore dolce come una carezza, un rumore diverso dai tonfi violenti e dai botti che lo facevano sussultare, in certe notti blu - minacciose da mozzare il respiro. Sogna spesso il mare, montagne di schiuma bianca. Soffice soffice con qualche pesce come quelli dell'acquario.
E lui che si tuffa dentro e nuota felice strizzando gli occhi ed esplorando il fondale.

Francesca Mazzucato

CONTINUA DOMANI
di Daniela Carucci

Potrebbe interessarti anche: , Rosso Barocco, «l'arte può diventare una passione pericolosa»: l'ultimo noir dei fratelli Morini , Superman, a fumetti la storia dei suoi creatori: eroi del quotidiano con il dono di saper far sognare , Il segreto del mercante di zaffiri di Dinah Jefferies, una drammatica storia romantica , Maurizio De Giovanni, Il purgatorio dell’angelo: tempo di confessioni per il commissario Ricciardi , SenzOmbra di Michele Monteleone, un racconto per ragazzi che piace anche ai grandi

Oggi al cinema

Hereditary Le radici del male Di Ari Aster Horror U.S.A., 2018 Quando l’anziana Ellen muore, i suoi familiari cominciano lentamente a scoprire una serie di segreti oscuri e terrificanti sulla loro famiglia che li obbligherà ad affrontare il tragico destino che sembrano aver ereditato. Guarda la scheda del film