Magazine Lunedì 22 ottobre 2001

Quando leggere diventa un azzardo

Magazine - Se amate leggere, e magari scrivere, non vi resta che tentare la sorte con la slot machine. Non è una metafora per significare quanto sia difficile pubblicare al giorno d’oggi, né un invito al gioco d’azzardo. Mettiamola così, un invito a giocare, sì, ma senza spendere una lira: la posta in palio è la possibilità di generare una, dieci, cento, infinite storie. ha inventato la prima . L’idea è venuta a due studenti del master della , Emiliano Ereddia e Franco Dipietro, che, probabilmente memori degli insegnamenti della letteratura combinatoria (Quenau, Perec e Calvino: il gruppo Oulipo tanto per intenderci), hanno deciso di proporre un divertissement al popolo della rete.

Il gioco è semplice. Si prendono in considerazione i quattro punti cardinali di una storia: cosa accade, quando, dove accade e chi è il protagonista. In inglese si parla di quattro “w” (what, when, where e who. Ci sarebbe anche why, “perché”, ma gli autori hanno deciso che poteva essere dedotto dal “cosa”), e sono alla base di qualsiasi tipo di narrazione. L’idea sulla quale si fonda il progetto è che, partendo da questi frammenti narrativi e mescolandoli a caso, sia possibile creare un numero infinito di storie. Perché ciò sia possibile è necessario che i protagonisti delle storie siano connotati in maniera ambigua, cioè che non siano riconoscibili come uomo o come donna: in questo modo tutti i frammenti sono combinabili tra loro. Ce ne sono tanti nell’archivio della slot machine, e ogni lettore può crearne di nuovi. Ma la parte più appetitosa è rappresentata dal bottone genera una storia. Cliccando sarà come azionare la leva della slot machine in un casinò: dopo pochi secondi apparirà la combinazione. Che sarà sempre e comunque vincente. Infatti avrete un poker di “w”, pescato a caso tra le tante contenute nell’archivio. Ogni volta che cliccherete avrete una combinazione diversa, ma sarà in ogni caso un racconto compiuto. Un racconto del quale sarete inconsapevoli autori, alla pari con chi ha depositato nell’archivio il suo frammento.

Perché l’intento degli autori è appunto quello di dimostrare che “le storie appartengono a tutti” e che sono “fabbricate, quasi sempre in modo invisibile e silenzioso, da tutti quelli che hanno voglia di raccontarle”.

di Donald Datti

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