Magazine Sabato 20 ottobre 2001

Il cinema, padre di tutte le avanguardie

Pubblichiamo un estratto del saggio Le linee della ricerca avanguardistica, da Ideologia e linguaggio di Edoardo Sanguineti.
Del libro, uscito per la prima volta nel 1965 presso l'editore Feltrinelli, viene oggi proposta una nuova edizione rivista e ampliata, curata da .


[...] Savinio moriva nel 1952. Stava riaprendosi, contro tutte o quasi le aspettative dei clinici, aggravata dalla coscienza specifica dell’età atomica, e dalla condizione politica di quella congiuntura, come ho detto, e come merita di essere fortemente sottolineato, quella spinta anarchica che aveva, sul terreno culturale, inaugurato il Novecento. Adesso non è che io voglia qui proporre Savinio come una specie di patrono delle nuove avanguardie che fiorirono, in letteratura come in musica, in pittura come in cinema, in quella fase, in Italia e fuori, in quell’età del “nuovo” che allora emerse. Ma la “fine dei modelli” è stata, per i miei coetanei, per molti di loro se non atro, prima che una diagnosi, o un tratto teorico, una vera e propria esperienza vissuta, una realtà sperimentata. Oggi, che si vive di “post”, si ha veramente la sensazione, o almeno io la provo, che non finisce soltanto un centennio, rotondo, anzi un millennio, intanto, ma che, in questa situazione emblematicamente crepuscolare, nuovamente si risenta, ancora confusa, forse, e timida, una qualche voglia, o bisogno, di praticare un progetto contestativi, diciamo libertario.

Una volta, chi vi parla, discorreva volentieri di ritorno al disordine. E credo che, con questa formula elementare, povera, ma abbastanza netta, posso permettermi, o soprattutto permettervi, di risparmiare tutto quello che si potrebbe raccontare, volendo, intorno a taluni ormai vecchi “novissimi”, 1961, e a un vecchio “gruppo” che li seguì, e li accompagnò, 1963, una volta.

Per concludere, e per non esaurire il mio discorso in un elogio della disobbedienza, in un’apologia della contestazione, in una difesa della sovversione culturale, vorrei approfittare della benigna circostanza per la quale, grosso modo, il bilancio di questo secolo coincide – abbiamo appena finito, si può dire, le celebrazione di rito – con il bilancio del primo secolo del cinematografo. Con senno riposato, credo possiamo tutti affermare, senza eccessiva discordia, che, se il Novecento si è espresso e definito in un codice comunicativo, questo codice è stato quello della macchina di presa. La storia culturale che abbiamo disegnato, si parla di Baudelaire o con Lautréamont, con Manet o con Cézanne, con Mahler o con Satie, qui siamo alle prese con emblemi, per non mutare registro, poiché infine ci interessa, come sempre, rispondere a un “che fare?”, è una storia che s’incardina, nel complesso, in breve, sulla linea che va dalla fotografia al cinematografo alla televisione. È la linea, per dirla sempre in fretta, dell’arte nell’età dell’industria, che si rivela, ora che la civetta si sta per levare in volo, come la forma paradigmatica, come la struttura egemone della comunicazione e dell’espressione, per il nostro tempo, in blocco.

Per uno schemino terminale, portabilmente miniaturizzato, può dirsi così, con veloce leggerezza, che questo fu il secolo delle avanguardie, perché fu il secolo delle anarchie, perché fu il secolo del montaggio. Ogni struttura linguistica apparve, e appare, articolata, organizzandosi ideologicamente, in un sistema di correlazioni tra elementi nucleari, immagini e sequenze, parole e sintagmi, suoni e ritmi. Per questo mondo, per così dire, non c’è che collage. Perché infine non c’è che con testualità assemblate, in un perpetuo lavoro di intratestualità e intertestualità. Poiché qui parliamo di letteratura, possiamo limitarci a dire, sempre per essere brevi che, senza necessariamente avvertirlo, abbiamo bene appreso, ormai, a cogliere un messaggio verbale, dal più semplice al più complesso, come un montaggio verbale. A questo mondo, se volete, non c’è che sintassi. Soltanto, quando diciamo sintassi, non intendiamo la sintassi dei modelli grammaticalizzati, ma quella che fa scaturire significati e subsignificati, i manifesti e gli occulti, dal mosaico delle scritture, esattamente come in moviola si è venuto formando e definendo il nostro linguaggio audiovisuale.

È questo che era implicito nella scherma di Baudelaire. È anche il senso dello choc additato da Benjamin e, se volete, di quella poesia come “cosa mortale” e “cosa stradale”, di cui discorreva, per conto suo, Savinio. La folla solitaria degli eterodiretti è, in quella costellazione, nella “folla invisibile delle parole, dei frammenti, degli inizi di versi”. Nelle linee delle avanguardie, così, è stato, e sta, il vero realismo del Novecento.

Edoardo Sanguineti
(courtesy Feltrinelli)

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di Donald Datti

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