Terza e ultima giornata a Fuori Scena - Magazine

Terza e ultima giornata a Fuori Scena

Attualità e tendenze Magazine Sabato 20 ottobre 2001






Ultima giornata. Tutti puntuali, nessun assente.
Si comincia subito. Il tema: Educazione al teatro verso nuovi pubblici.
Davanti alla gremita platea, a partire da destra, Edoardo Sanguineti, Andrea Liberovici, Luigi Squarzina, Paolo Crepet, e Daniel Arasse. E’ la giornata con la più alta densità di uomini legati al teatro e a Genova: tre su cinque Squarzina, Sanguineti, Liberovici.

Il primo intervento è dello storico dell’arte Daniel Arasse che vede nel teatro la potenzialità di un modello da utilizzare come mezzo di comunicazione per la Storia dell’arte, vittima di uno stile troppo autorevole. “Mi sono chiesto”, spiega Arasse, “come mai la storia dell’arte sia così noiosa sui testi? Perchè noi storici dell’arte ci dimentichiamo del divertimento provato facendo il nostro lavoro. Così ho scritto un saggio come fosse finzione. Il libro si apre con una lettera e più avanti, per mettere a confronto diversi tipi di interpretazioni, espone la storia in modo mimetico, in un dialogo che oppone personaggi e posizioni. La ricerca è infatti la teatralizzazione del pensiero del ricercatore, dopo viene l’interpretazione, cioè l’invenzione intellettuale.”
Sull’onda degli approcci interdisciplinari, interviene Crepet. Per lui teatro significa ascolto, comunicazione di quelle emozioni che altrimenti non verrebbero captate. “Teatro vuole anche dire uscire dalle costrizioni ministeriali, nella scuola, per fare esprimere i ragazzi e scovare cosa c’è dietro la forma.

Si arriva presto al teatro, quello che si fa sul palcoscenico, quando la parola passa a Liberovici. Al centro delle sue riflessioni il ritmo e i suoi cambiamenti nel corso del ‘900. “La mia missione è, partendo dalla musica, mettere insieme il suono e il teatro. Dico suono, non musica. Di teatro musicale ne esiste già moltissimo. Il suono in quanto frammento della realtà può essere usato come una tavolozza. Non so se sono il primo, ma credo di aver inventato la scenografia acustica. Una struttura di spazializzazione del suono che è anche scrittura drammaturgica e non solo décor”.

Sanguineti si appella al vantaggio che gli dà la sua età e si pone in modo “critico”. Di fronte agli interventi che lo hanno preceduto. Si sofferma in particolare su un atteggiamento, che a suo avviso emerge da tutti gli interventi, il voler strumentalizzare, sebbene per nobili scopi, l’arte del teatro. A suo parere “si dovrebbe parlare di educazione all’esperienza teatrale e meno di scolarizzazione del teatro. Il teatro resta, se viene conservata l’esperienza soggettiva, unica, forse, oggi a mantenere un residuo di irriproducibilità nel suo essere situazione concreta”.

Squarzina si pone come testimone storico degli ultimi cinquant’anni di teatro. Traccia i momenti originari di molte delle esperienze di educazione al teatro e per il teatro, ad esempio quello nelle scuole nato dall’esigenza di sopravvivenza di molte compagnie del teatro di ricerca. Sull’educazione, Squarzina crede, come Walter Benjamin, che si cresca imitando piuttosto che comunicando. “Il bambino o il giovane seleziona i modelli e li riproduce in assoluta libertà e creatività.” Squarzina trova il teatro d’impresa, presentato ieri, Fantozziano e, alla fine della mattinata Elio Vera gli confermerà l’esattezza della sua sensazione. Fu proprio Paolo Villaggio, agli inizi degli anni sessanta, con le sue performance in una nota azienda impiantistica genovese, a inventare il teatro d’impresa e il suo celebre personaggio il “ragionier Fantozzi”.

Tocca a Carlo Repetti tirare le somme di queste giornate. “Non c’è da concludere, bisogna piuttosto essere felici che il discorso sia stato avviato e impegnarsi perché prosegua”. Per eccesso di zelo e, forse, di presenze autorevoli, un’ulteriore chiusura spetta a Carmelo Rocca, direttore generale del Ministero dei beni culturali. Si sofferma in particolare sul discorso economia e teatro. “Credo che accanto ai cittadini spettatori che pagano il biglietto per andare a teatro, ci debba essere tutta la collettività, perché lo sforzo creato dalla complessa macchina teatrale per uno spettacolo si rivolge all’intera collettività. E’ dunque la collettività tutta a doverne sopportarne i costi”. Rocca interviene brevemente anche sulla questione dei nuovi pubblici, sottolineando come tra questi non ci siano solo i giovani, ma anche coloro che vivono in zone dove il teatro è ancora fenomeno episodico.

Si sciolgono le righe e le file, la seduta è tolta. Gli spettatori e gli attori di questa ultima giornata si disperdono, un ultimo progetto, di teatro interattivo, viene presentato dall’informatico Paolo Vozzi. “Per conservare la memoria storica dei volti e delle voci, ma anche per facilitare la lettura del testo, essere strumento di prova.”

E' tempo di andare, fuori scena è pronto il buffet.

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