Il teatro vivente di Lella Costa: I° - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 17 ottobre 2001

Il teatro vivente di Lella Costa

Magazine - Impegnatissima, ma gentile e disponibile, Lella Costa ci ha regalato un po’ del suo tempo per fare una chiacchierata sul convegno (Genova 18-20 ottobre), a cui parteciperà nella seconda giornata (venerdì 19). Parla con voce decisa e amabile, si esprime con sicurezza e passionalità e sebbene ribadisca più volte che il suo mestiere è fare l’attrice e dunque non si ritiene un esperto, il suo pensiero sul teatro è allo stesso tempo raffinato e concreto, si nutre della pratica ma anche di molta teoria, che ad alto livello è sempre una cosa unica con la creazione artistica di successo.

Che cosa ha preparato per il suo intervento al convegno Fuori Scena? Da che punto di vista tratterà la questione?
Penso di non essere interpellata come esperto, dal momento che il mio mestiere è fare l’attrice. Sono stata abbastanza stupita e divertita, di essere stata inserita nella giornata in cui si parla di teatro e di organizzazione produttiva. Non è esattamente ciò di cui io mi occupo. E’ vero che metto in scena i miei spettacoli, ma la parte produttiva non mi riguarda. Dal momento che ci si interroga su come organizzazioni diverse dal teatro, nel senso tradizionale, possano influenzare la gestione e il consumo del teatro (sponsor, pubblicità, giornalismo), farò un intervento su come, in realtà, sia la relazione con il mondo a determinare la sopravvivenza del teatro. Molto banalmente, quando mi sento dire “come mai tu hai i giovani – famosa entità misteriosa – che vengono a teatro?”, la mia risposta è: “forse perché propongo delle cose che non sono per loro, ma che li prevedono come interlocutori”. Il mio intervento, naturalmente, lo improvviserò in gran parte, a seconda del pubblico che mi troverò davanti, e verterà anche su considerazioni relative all’esistenza di tutta una serie di esempi mediatici, che utilizzano meccanismi, parametri narrativi e convenzioni, che sono tipiche del teatro, senza però dichiararle. Un esempio è un’operazione come quella del Grande Fratello, in cui si pretende di far credere che ciò che accade davanti alla telecamera sia in qualche modo vero, mentre è inevitabilmente finto, in quanto la finzione appartiene alla forma e non al contenuto. Altra cosa che dirò è come il mio teatro sia influenzato da altri fattori, non organizzazioni produttive o mecenati, ma piuttosto da solidarietà e da quello che si definisce teatro civile. Una scelta di argomenti che stiano dentro alla società civile e riguardino la vita, la memoria, la presenza nel mondo.

Un convegno, in fondo non è tanto diverso da un palcoscenico, come in questo, diverse figure si alternano, dando vita ad una messa in scena di riflessioni di fronte a degli spettatori. Lei diceva che improvviserà anche a seconda del pubblico e dei relatori che la precederanno o la seguiranno. Dunque si può dire che un convegno sia un’altra forma di teatralizzazione della vita, forse antica come o più del teatro?
Un convegno è il luogo in cui, quel meccanismo di cui parlavo del vero, finto e falso, in qualche modo è al suo apice. Chi è relatore a un convegno ha cura di comunicare concetti in cui crede e che quindi stanno dalla parte del vero. Ma nel momento in cui li organizza e li mette in scena per comunicarli a un pubblico è una clamorosa e perfetta dimostrazione di come vero finto e falso diventino finzione, perché nel momento in cui si prepara il concetto da esprimere in pubblico e il modo di porsi, si fa il teatro.

Crede nella forma del convegno?
C’è sempre qualcosa di liturgico in queste cose. Sono come i comizi. Però, per lanciare una piccola provocazione, assolutamente benevola nei confronti della città, secondo me era del tutto inutile un rito come quello del G8. E’ una cosa un po’ dolorosa da dire, ma non ce n’era alcun bisogno che quegli otto o ventotto o trentotto si vedessero fisicamente in un luogo. Ci sono milioni di tecnologie e modi perché lo facciano.
Comunque, mi sembra che Genova, in questo momento, ponendosi di fronte a questa simbologia, e a questo bisogno di comunicazione, faccia una bella operazione. Simbolicamente e liturgicamente è un buon segno. Forse, poi, è vero che i convegni sono un comunicare un traguardo, senza comunicare il percorso fatto, però noi cerchiamo di portare le tappe, a noi femmine viene più naturale parlare delle tappe che non del traguardo.

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