Magazine Martedì 16 ottobre 2001

Nel palazzo di casa mia

di Maurizio Maggiani

Nel palazzo di casa mia ci vivono quattro vedove.
Al secondo piano c’è la signora Maria, che mi fissa dalle fessure della porta di casa con lo sguardo menagramo e sporge la testa come fanno le vecchie galline dalla rete della stia; che sia di sera o di mattina mi saluta con la stessa identica smorfia disperata e severa, e nel suo saluto grinzoso ci mette una risentita protesta per la piega che hanno preso le cose della sua vita da ormai troppi anni. È solo un bisbiglio e forse mi potrei sbagliare. Mi ha detto il suo vicino che vanno da lei diverse ragazze a farsi fare i tarocchi e lei certe cose poco cristiane accetta di farle perché dal suo dolore questo è l’unico dono che gliene è venuto.

Poi nel mio pianerottolo c’è la signora Fedora, che pure lei è disperata, ma è anche carina, coi capelli ricci ancora un po’ biondi e un pochino di rossetto e certe vestagliette che se le porta su e giù per le scale nei suoi affari turbinosi di condominio manco che fosse la principessa Sissi; il suo cuore veglia qualche principessità e ancora sogna. E per questo piange e si dispera, ma solamente quando è proprio certa di essere sola, nel cuore della notte, quando è finito da un po’ il Maurizio Costanzo Show. Io lo so perché lo sento dai muri.

E c’è anche la signora Anna, al terzo piano sotto il mio appartamento, e anche lei è disperata; ma più di tutto è afflitta. Si sa nelle scale che ha amato molto suo marito e lo ha venerato con una tenerezza che da queste parti sembra una cosa strana. Ora non sa più chi amare e così si fa tormentare dai dolori di tutte le artriti, di tutte le bronchiti e dai calli e duroni. Solo i fiori le danno un po’ di sollievo e con i fiori dei suoi balconi prepara ogni giorno dei tristissimi bouquets per l’altarino dove di scalda a una lampadina rosa il ritratto del suo Attilio amoroso buonanima. Quando i suoi fiori scarseggiano, soccorro il memento io, che non ho nulla da adorare, con quelli in esubero del mio terrazzo; allora posso accedere allo studio di pittore, al cavalletto dove ancora è agganciata la cappa inzaccherata di ocra mesticato dal defunto un attimo prima della dipartita, al tavolino da caffè con sopra il tabernacolo di quel grande amore soffuso di luce rosata.

Infine il primo piano, nell’unico appartamento con proprio giardino, c’è la signora Giuseppina, e lei è un nonnulla, una caccolina. Qualcosa che nei giorni di caldana rotola in tuta aerobica tra le aiuole di dalie e ortensie zeppe di sette nanetti funghetti madonnette, un gargarismo di canzonette che scivola via dalla sua porta nel tardo mattino, gentile richiesta di un vantaggino sull’orario del riscaldamento affissa a caratteri di normografo accanto alla buca delle lettere. La Giuse non pesa niente, non dice niente; non fa nemmeno niente quando c’è da preparare la festa del quartiere per San Giovanni e tutti si danno da fare. Solo, bisogna dirlo, splende di luce propria una mezz’oretta circa all’anno, giusto per San Giovanni, quando, dopo il falò, nello spiazzo davanti al palazzo la gente si paga un complessino yé yé per far ballare i ragazzi; per accordo sottoscritto dalle parti i musicisti hanno l’obbligo di eseguire cinque valzerini e cinque beguines tra le dieci e le dieci e mezzo. E allora la Giuse si fa trovare lì, al bordo della pista d’asfalto, pronta al via insaccata nel drappeggio di una cappettina di seta color vinaccia, e si balla i suoi cinque più cinque con uno stile che bisognerebbe vederla. E io la vedo ogni volta fin troppo bene, perché sono io che la faccio ballare. Sempre, da quando abito qui, e non saprei chi mai l’avesse fatta ballare prima di me, perché nessuno si fa mai avanti, nessuno. Finita l’esibizione, semi incosciente si ritira con in mano tre frittelle che io le ho comprato al banchetto, senza manco la forza di mangiarsele lì per lì. Però a me la Giuse non mi sembra disperata, forse non sa nemmeno cosa vuol dire.

di Donald Datti

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