Magazine Venerdì 12 ottobre 2001

Voci [2a pt]

Era sempre sporca di sangue. Le ferite del viso, i tagli che si faceva quando cucinava ossessivamente.
«Tuo padre prima che lo mettessero in prigione e che io decidessi di divorziare (la migliore decisione della mia vita) questo voleva da me, che cucinassi in silenzio e basta!» Io lo guardavo quel sangue. A volte era più scuro, quasi bordeaux, a volte rosso-pomodoro. Macchie tonde e debordanti, o piccole macchioline grandi come coriandoli. Di notte sognavo che fosse coperto di sangue anche il suo viso. Sapevo che questo poteva impedirle di nuocermi.

Dopo il sangue arrivò il tempo delle stazioni. Fuggiva e restava giorni a vagare attorno ai binari. Diceva che solo questo le dava sollievo. Io ero felice. La mia voce di allora è di nuovo la voce di un bambino. Una voce innocente che occupa tutto lo spazio attorno, che incredula si aggira fra le stanze, nel corridoio. Non c'è più. Sono libero. Salto sul divano, guardo la televisione. Apro il frigorifero e la dispensa, tiro fuori tutto quello che c'è dentro e lo metto sul tavolo. Conto le scatolette una volta, due volte, tre volte. Lei è andata a cercare sollievo, io cerco il mio, ah, sono quasi felice! Mangio patatine e salsa di pomodoro poi assaggio il brandy dalla vetrinetta della sala e poi cioccolato al latte e pezzi di arrosto.
Poi però arrivava un gendarme corpulento e me la riportava a casa dicendo è tua madre? con gli occhi che mi compativano.
Gare de Lyon, gare de l'Est, le gira tutte: «cerca di stare un po' attento a lei, ma non ce l'hai un padre?».
È in galera.
Ricominciava tutto, ricominciava il sangue.

E lei cucinando recitava poesie ma a voce alta, altissima, insopportabile, «un soir de demi-brume à Londres, un voyou qui ressemblait à mon amour vint à ma rencontreeee!», e poi ancora, implacabile
UN SOIR DE DEMI BRUME A LONDRES…

Io aspettavo. Aspettavo la prossima stazione.
Non tardò molto, mi telefonò il gendarme.
«È alla Gare de Lyon, valla a prendere».
Certo, come no. Mi preparo, corro. La piazza è illuminata e circondata da piccole luci a mezzaluna e poi c'è vento.
Molto vento, bisbigli.
Gare de Lyon fine pomeriggio d'ottobre.
La scritta Goldstar di fronte si illumina a intermittenza. Fuori è tutto grigio, un grigio che sfuma in un azzurro soffice come il talco. Tutti i pori della mia pelle assorbono il talco del cielo parigino. Goldstar a intermittenza. Anche il mio cuore pulsa a intermittenza, altrimenti è fermo, bloccato. Ho il cuore in coma irreversibile come nei film dei medici del pronto soccorso. La cerco. Tempo di fremiti e sudore nella stazione fra il brusio dei passeggeri e qualche annuncio gracchiante. Sangue e stazioni, stazioni e sangue, lei è qui. La cerco al bancone rotondo de L'Embarcadere, ai binari dove partono i TGV. Al bar. Niente, solo manifesti-sirene di Antibes e Chamonix sulla testa del cameriere pelato. Qualcuno beve vino rosso, altri mangiano seduti su panchetti rotondi e grigi. Girevoli, forse. Ancora le immagini Goldstar nero e rosso nella sera che si fa notte. Sguardi incrociati che non si soffermano su di me neanche un istante, forse non esisto.

Sangue e stazioni, stazioni e sangue.

Goldstar si è appassito appena. Adesso è un pannello bianco e lo attraversa una linea rossa che è come una freccia dritta al cuore.
La vedo.
Il suo corpo, il suo abito a fiori, i suoi ondeggiamenti.
Le sono dietro, lei è sul bordo di un binario e parla nel vuoto a qualcuno o a niente. La voce, la voce inconfondibile la sento, non mi posso sbagliare. Arriva il TGV e la spingo sotto con un movimento lesto come la freccia rossa Goldstar.
Non una parola, non un grido.
Mio Dio un disastro, una fatalità, povero piccino, come farai, che tragedia, da ultimo era disturbata, eh già…

Ma la voce non è morta, torna tutti i giorni per punirmi, per impedirmi di dimenticarne il timbro, il tono e la consistenza. La voce torna nei pomeriggi che trascorro affacciato alla finestra guardando il verde bellissimo del campo di fronte. Tutto è nitido e preciso da quando lei non c'è più, tutto è al suo posto. Guardo quello che accade fuori come se fosse un film sempre diverso. C'è una signora dell'assistenza sociale che si occupa di me, ma non mi rimprovera, non parla. Io passo la giornata davanti alla televisione, coi soldi della mamma ho comperato il Nintendo. Rutto, non vado più a scuola. Mi nascondo se arrivano le vicine e faccio finta di non essere in casa. La vita può essere una grande promessa e tutta da leccare come una bavarese. La torta che lei odiava. Potrei essere davvero felice, ma lei arriva sempre. Non si rassegna, io le dico va via! tu sei morta! Non serve. Arriva a perseguitarmi.

Come si uccide una voce?


fine
di Francesca Mazzucato

Potrebbe interessarti anche: , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin , MiniVip&SuperVip. Il Mistero del Viavai di Bozzetto: il cinema si fa fumetto , Il segreto del faraone nero, una nuova stoccata letteraria di Marco Buticchi , Auguri Andrea Camilleri! Lo scrittore compie 93 anni, la recensione del Metodo Catalanotti

Oggi al cinema

Pupazzi senza gloria Di Brian Henson Azione, Commedia, Crimine U.S.A., 2018 Guarda la scheda del film