Magazine Mercoledì 10 ottobre 2001

Nel palazzo di casa mia (parte III)

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Una volta sì, avevo terrore di questo e di quello. Da bambino e fino a quand'ero ragazzo avevo paura dell'inferno. Poi mi facevano molto paura le città straniere, il carabiniere della celere, la gente impasticcata di anfetamine e anche le donne molto belle, e i rantoli dei gatti la notte, e il mio capo ufficio infine, anche lui è riuscito a farmi paura. Ho trovato terrore nel fare all'amore, ad andare solo nei boschi, a vivere da solo. Poi, un poco alla volta, senza neppure che io me ne accorgessi, tutto quanto se ne è andato. Ora ho il cuore più secco delle vedove, mi si è così rimpicciolito che non ci sta dentro neppure la paura dei fantasmi.

Non so se questo è un bene, però so per certo che vivo meglio di tanta gente. Posso andare alla stazione all'ultimo momento perché nel caso so prendere un treno già in corsa, posso anche dire chiaro e tondo a una ragazza cosa mi piacerebbe fare con lei che tanto non c'è niente da perderci, se voglio riesco ad addormentarmi anche se qualcosa gratta nei muri. Le prime cose che mi vengono in mente, e anche solo questi non sono vantaggi da poco.

Penso di essere infelice, ma non tanto come dovrebbero esserlo le quattro vedovacce di casa mia.

Con ciò, quando le ascolto di là dal muro frignare e borbottare me le sento tutte intorno a me talmente vive che mi fanno quasi perdere la calma.

L'ultima volta infatti ho quasi perso la testa. Era passata la mezzanotte in una tregenda di saette da fare accapponare la pelle; il vento spingeva talmente forte contro le tapparelle che mi pareva di vedere tra le fessure illuminate dai lampi l’orma della sua mano. Me ne stavo a letto quieto con gli occhi socchiusi facendomi titillare dai guaiti delle vedove ammonticchiate nel letto dall’altra parte del muro. Mi sembrava una situazione commovente e poetica: fuori sulla città il giudizio di dio, di là il pigolare di un nido di animucce disperate, io, qui in totale silenzio e pace. E mi è venuto voglia di una colonna sonora. Ho acceso il magnetofono e ho fatto andare a tutto volume, perché sovrastasse il casino della bufera, una musica che mi sembrava ideale per quella scena; la Fantasia Melanconica di Tchaàikovsky con quel violino che va su e giù per un lamento dolce e senza requie. Dopo poche battute nell’altro letto si è fatto silenzio assoluto; nella pausa tra i tuoni e le folate di tempesta ho percepito un’immobilità totale, e le quattro vedove, come se le vedessi con i miei occhi, con le orecchie tese ad ascoltare e a guardarsi tra loro. Ascoltavano, avevano raccolto la mia musica, il mio regalo per la loro buona notte, sapevamo che io di qua pensavo a loro. È certo. Quello che mi è successo a quel punto non so se dirlo, perché mi vergogno come un ladro.

Insomma, senza neppure rendermi conto, ho cominciato a toccarmi lì, e mi è venuta un’erezione di quelle rare, che meritava tutta un’altra situazione. E mi è venuta una voglia irresistibile di andare di là a farmi vedere dalle quattro befane e mi immaginavo la scena ridendo e continuando a toccarmi. Per fortuna non sono un pervertito, comunque non fino a quel punto, e la cosa è finita lì. In una notte di gran pace e di sogni che non ricordo ma che non devono essere stati brutti.

Da loro nessun segno speciale. Ieri mattina la signora Giuseppina, la Giuse perdigiorno, mi ha salutato dal giardinetto e mi ha ricordato; “Allora signor Mari si prepari per San Giovanni, non si dimentichi del ballo della vecchietta, mi raccomando”.

Ho risposto automaticamente di sì e sono andato per la mia strada sfiorato per un attimo dal sospetto che la Giuse mi prendesse per il culo. Ieri era il giorno del mio trentacinquesimo compleanno e non è che mi sentissi molto bene.
di Donald Datti

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