Magazine Mercoledì 10 ottobre 2001

Nel palazzo di casa mia. Parte II

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Queste sono le vedove di casa mia che vivono tutt’intorno a me. E che vivono ognuna per conto suo, covando ciascuna nella sua tana il suo mistero. Si srotolano nell'arco della giornata presidiando i giorni della vita con cambi regolari di guardia.

A turno si acciaccano, a turno si ingobbiscono, a turno scendono al mercato in città, a turno la domenica vanno alla messa, una alle otto una alle nove una alle undici a l'ultima, Giuse dormigliona, a mezzogiorno. A turno si fanno trovare per le scale o dietro le porte socchiuse perché io constati che ci sono, le oche veglianti sulle mura della nostra cittadella condominiale, e possa apprezzare la loro determinazione a vivere. E altro non mi pare che ci sia, e io credo di amarle. Ma di amarle come? È una pazzia e prima di dirlo dovrei pensarci un po'.

Non è che prese una per una mi dicano poi molto. Non è la signora Fedora o la signora Anna o un'altra che in particolare mi attiri. Quello che ho scoperto è che mi eccita l'immagine di loro assieme, la sovrabbondanza di destino che esalano, il poker. D'altronde non c'è dubbio che quattro vedove tutte quante intorno a me fanno un bel mazzo, un ikebana raro e perfetto. Ecco, se le penso composte assieme, io mi faccio incantare dall'immagine della dea con quattro facce e otto di tutto il resto. E mi prende una sensazione così forte che me le papperei.

E anche se sembra che non succeda mai io so quando potrei trovarle tutte quattro assieme.

Quando c'è il temporale e il fracasso del libeccio scuote il nostro vecchio palazzo di collina, le vedove si accalcano tutte nella casa di una, nell'appartamentino della Fedora al mio pianerottolo; strette strette nel divano del tinello strette strette tra le coperte del letto, le loro anime accatastate tremano e pregano che passi ogni cosa. Furenti, le saette, scrosciano sulle tapparelle e vorrebbero estirpare le pecorelle dalla loro cuccia, e loro resistono per tutta la buriana e per tutto un inverno di cataclismi.

Io di qua le sento.

Bruciano nelle loro vestagliette di febbre ansiosa, e il terrore le pittura sul muso di rubizzo cuperose come fossero puttini, già quando si accalcano alla porta della Fedora, ai primi lampi, ai primi sbatacchi furiosi della burina contro il portone che non chiude bene. Non strillano mica; si vede che hanno smesso già da un bel po' di aver fiducia nella voce umana, e allora bisbigliano frementi, si avvoltolano strette strette sui loro pissi pissi e varcano la porta tutte assieme, come un unico pacco di spavento. Non ho mai capito cosa si dicono, anche se, ovviamente, io sto di qua dal muro a spiarle.

A volte qualcuna di loro piange e c'è subito pronta un'altra a sovrastare il suo frignare con coccole da ragazzine.

Si, hanno trovato con le loro disgrazie una innocenza nuova, il loro cuore asciutto ha ricominciato a palpitare; solo di spavento al momento, ma batte di nuovo forte. Certo, un tempo tra loro c'erano donne stupende e agguerrite madri e furenti condomine, e poi si sono rinsecchite; ma il temporale è come se le ravvivasse. Per questo io trovo che siano donne misteriose.

A me il temporale non fa un granché paura. Non tremo quando il vento mi sbatte in faccia dai vetri delle finestre i fiori che ha trascinato via dal mio terrazzo, non prego nessuno. Io me ne sto buono buono di qua nella mia casa e se è già sera mi metto a letto e dal letto sento bene i rumori dell'appartamento di là dove si lamentano le mie vecchiacce. A me non mi spaventa più niente ormai.

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di Donald Datti

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