Intervista a Omar Calabrese - Magazine

Attualità Magazine Domenica 7 ottobre 2001

Intervista a Omar Calabrese

Magazine - Tra una una decina di giorni, Genova ospita, nel Palazzo della Borsa, il convegno promosso e organizzato dalla Fondazione Carige. L'iniziativa si inserisce all'interno di un ciclo di incontri che vogliono essere momenti di riflessione sulle arti in vista del 2004, quando Genova sarà capitale europea della cultura. Articolato in tre giornate il dibattito si presenta ricco di spunti e innovativo, ne abbiamo parlato con il coordinatore scientifico Omar Calabrese, docente di Semiotica delle arti all’Università di Siena.

La domanda alla base del convegno è se nel terzo millennio, con l’avvento dei nuovi media, abbia ancora senso parlare o fare teatro. Lei come vede questa questione?
Il convegno riguarda il teatro ma non è sul teatro. Si parlerà della cultura contemporanea e dei nuovi mezzi di comunicazione, sarà diviso in due grandi parti. Da un lato, due sezioni: la prima, su come il teatro è stato modificato nella sua scrittura e nelle sue performance e, la seconda, è sull'evoluzione dei mezzi di produzione. Una volta il teatro era autosufficiente, oggi non lo è più e dunque bisogna tenere conto di alcuni fenomeni di carattere economico, che riguardano i meccanismi dell’economia di massa contemporanea.
Però è la seconda parte quella più interessante, perché si concentra su un’idea che è anche una domanda: il mondo contemporaneo può essere immaginato come influenzato da un modello antico e tradizionale come quello del teatro?
Una sezione dedicata all’influenza del modello teatrale all'interno dell’economia. Per fare un esempio, oggi in borsa funzionano degli elementi come i cosidetti intangible assets, che consistono nella qualità delle risorse umane e nella loro apparizione sulla scena del mondo. A questo proposito sono nate addiritura delle discipline. A Berkley si insegna Aesthetics of organization. E noi abbiamo chiamato diverse figure a spiegarci il fenomeno: il fatto che il modello della spettacolarità, ovvero la teatralizzazione delle relazioni, diventi un fenomeno economico. Ci sono altre forme che saranno espresse, per esempio da figure del mondo della moda. Bob Wilson porta delle esperienze di teatralizzazione di espressioni economiche o di altre arti.

Come vive il teatro Omar Calabrese? Si interessa di più a quello italiano o segue di più la scena internazionale?
Molto misto. Non sono un esperto di teatro, ma piuttosto di modelli comunicativi. Mi capita sia di frequentare dei fenomeni di produzione internazionale, per esempio sono stato responsabile di diverse esposizioni universali e ho avuto l’occasione di frequentare molto Scaparro, e altri tipi di organizzatori che tentano di fare delle forme di teatro europeo, come Peter Brook, Peter Greenaway. Dall’altra ho un’occhio verso l’avanguardia.

Che tipo di pubblico si aspetta in questa occasione? Gli incontri sono rivolti ad un pubblico di professionisti e specialisti o ai giovani?
Oggi stabilire chi possa venire a un convegno è diventata materia difficilissima. Il convegno è una forma di comunicazione probabilmente un po’ sorpassata. Quindi, il primo obiettivo è quello di aver un risultato comunicativo che faccia capire i mondi parallelli, ma non di pubblico consumatore, ma piuttosto i mondi della produzione culturale. Come le arti tradizionali abbiano ancora una vita nella contemporaneità. Perché altrimenti, con questo affanno verso il nuovo, si corre il rischio di dimenticare che in una società complessa tutti i sistemi convivono, semplicemente si adeguano al mutare delle condizioni storiche. Questa è la cosa fondamentale che ci interessa oltre a rendere comprensibile come tutti possano essere coinvolti nello sviluppo di certi modelli di organizzazione della cultura. Quindi mi auguro che siano presenti figure del mondo d’impresa, organizzatori, operatori culturali di municipalità, d’istituzioni. Questo sarebbe il primo obiettivo che riterrei profondamente produttivo, perché se lascia una traccia, si vedrà poi in uno sviluppo futuro. Dopo di che, mi auguro anche che ci siano giovani, perché sono loro ad essere soggetti alla retorica del nuovismo come creato dal nulla. Avere un’idea un pochino diversa del concetto di innovazione, forse è necessario.

Questa iniziativa è la prima di un ciclo in funzione di Genova capitale europea della cultura nel 2004. Conosce la città? Ritiene che sia adatta?
Sì, la conosco molto bene. Ho fatto moltissime cose a Genova. Non ultima, quando ci furono le Colombiadi, ho curato il padiglione spagnolo. Ormai le città della cultura non sono mai una per volta, ma dieci e quindi le possibilità di interscambio possono diventare molto interessanti.

Se dovesse inventarsi uno slogan per invitare i suoi studenti, ma anche il pubblico più in generale al convegno, cosa direbbe?
Uno Slogan già usato, nulla di straordinariamente fresco:
La tradizione del nuovo.

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