Magazine Domenica 7 ottobre 2001

Il mito sublime di Giuseppe Conte

Magazine - Giuseppe Conte Le stagioni - the seasons
translated and edited by Laura Stortoni-Hager
Chapel Hill, NC, 2001, 21 US doll.
ed.it. Le stagioni, Rizzoli, 1988

L'universo poetico di Conte è stato spesso oggetto di equivoci e fraintendimenti interpretativi: per lo più, duole notarlo, da parte di certa critica ideologicamente orientata e povera dei raccordi scientifici necessari. È anche grazie all'eccellente versione americana di Laura Stortoni-Hager che giunge ora l'occasione per riesaminarlo e collocarlo entro le coordinate che meglio gli appartengono.
Poeta di profonda e solida cultura, Conte riassume nel suo verso istanze metriche, culturali e si direbbe anche sociali tra le più disparate. Le presenze del mito e della cultura classica, esteriormente dominanti, vengono prese soprattutto nella loro funzione strutturale, prima che esse assurgano a modello o archetipo, almeno nel senso di Creuzer prima e di Jung poi: "these fragments I have shored against my ruins", ammetteva drammaticamente T.S. Eliot. Quando anche parla di Ermes (la struggente elegìa dell'Amante, che la Stortoni-Hager rende con incalzanti trimetri e tetrametri giambici) o di Achille ed Ettore (nel sonetto Il poeta, costruito clamorosamente in novenari), Conte sa di farlo in un mondo e per un lettore che il mito ha in qualche misura sublimato. Ecco allora gli spunti che nascono dall'osservazione della realtà (il Geco nella cassetta della lettere, gli scoiattoli in Central Park), ma anche certe meditazioni sulle cose ultime, indizio di una tensione metafisica che è orientata verso un'idea di trascendenza che sa di Oriente e che, tuttavia, non può essere se non profondamente laica (l'Ades, che è qui tradotta facendo uso anche del pentametro, il verso nobile della metrica anglosassone).

Se non ci sono rischi di cadute nel sincretismo forse fascinoso di certo pensiero contemporaneo è proprio perché, dietro a questa congerie di riferimenti anche intertestuali, si legge in controluce una profonda, sofferta, rielaborazione intellettuale. Le stagioni si reggono, d'altronde, su un impianto molto rigoroso, si direbbe quasi d'ascendenza musicale: come nei Four quartets di Eliot (inevitabile richiamarlo ancora, anche per meglio precisare l'assoluta contemporaneità del discorso di Conte), è da una simmetria geometrica che muove la riflessione sul tempo e i tempi del mondo (uno dei temi centrali del libro). D'altro lato, questa trentina di poesie rappresenta anche una delle più sofferte meditazioni sul mestiere di poeta che si siano lette in questi anni, rappresentata anche visivamente dal frequente ricorso alle interrogative: "Dopo, passate l'acqua e la terra credi/che ci riconosceremo? Che gli occhi/ci aiuteranno?" e "La terra, l'amore, lo sono/un Giardino che l'anima ha soltanto/sognato, a lungo?". Come si vede, non c'è traccia di tentazioni profetiche: il poeta Conte desidera il dialogo (non per caso molte poesie sono dirette a un 'tu', non sempre identificato), vuole conoscere il 'sinn und bedeutung' delle cose, ma insieme ad altri, attraverso la conversazione, il confronto, magari anche la contrapposizione (lo struggente Commiato al padre, presentato con la compostezza formale dei grandi lirici latini).
Come in tutta la sua produzione, è semplicemente sbalorditiva la perizia tecnica dell'autore. A Conte, nessun verso italiano è ignoto, e nessun accento. Si rimane sempre sorpresi dalla disinvoltura e dall'eleganza dei suoi novenari, che conservano il timbro discorsivo del Pascoli, rinvigorito da un non vaghissimo ricordo della metrica barbara di Carducci, almeno nella misura in cui questa serviva (e ancora serve!) a infrangere la rigidità sillabica della scansione italiana: ma poi tutte le forme prosodiche sono esplorate, non senza qualche accenno di sperimentazione sulle cadenze dell'endecasillabo, elaborato anche in chiave teorica nelle raccolte successive. Il lavoro della traduttrice si rivela, in questo senso, non meno efficace che istruttivo. Gli echi di alcuni fondamentali autori americani contemporanei (Denise Levertov, Allen Mandelbaum e Robert Pinsky, per esempio; ma a tratti si direbbe persino Kenneth Patchen) non sono mai risultati così evidenti come in queste limpide versioni.

The seasons è introdotto da uno scritto di Diane di Prima, splendida, dolcissima protagonista della miglior stagione beat degli anni Sessanta. In due pagine ricostruisce le atmosfere e i climi di quel tempo, pur senza mai nominarli direttamente: le Religioni della Luce e dell'Amore, l'Eterno Ritorno, il Tempo e lo Spazio. Quando Giuseppe Conte evoca, e lo fa lo spesso, la figura del poeta viandante, non è dunque soltanto a Ceccardo Roccatagliata Ceccardi che bisogna pensare ma anche, e forse soprattutto, ai poeti (e ai musicisti: come dimenticare Joe Byrd e i Field Hippies, per esempio) della West Coast americana.

Giovanni Choukhadarian

di Donald Datti

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