Magazine Martedì 4 settembre 2001

Il lavavetri permaloso

II parte

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II parte
Dalla strada partì un urlo seguito da un pianto lancinante. Più lancinante della chitarra di Ritchie Blackmore. Le molle inserite nelle lunghe gambe di Riccardo partirono di riflesso portandolo alla finestra. Spalancandola di botto urlò:
"Eh basta! Andate a farvi da un'altra parte!"
Pausa.
Il tipo in strada rimase un attimo impietrito, come se si fosse accorto improvvisamente che c'era qualcun altro in città. La sua faccia era un teschio ricoperto da uno strato di pelle aderente. Peli sparuti qua e là. Sembrava tirato fuori da un'illustrazione del Purgatorio. Il trapassato stringendo gli occhi mise a fuoco la sagoma alla finestra e tirò:
"Fatti gli affari tuoi faccia da piccione, ma non ti vergogni a mostrarti in pubblico?"
Riccardo Uappala non rispose e chiuse gli scuri.
Uscì dal portone di casa sua in mutande e ciabatte brandendo la spatola di ferro gommato per asciugare il sapone sui vetri. Passo spedito.
La sciagurata coppia aveva ripreso la discussione che intanto era diventata un monologo: il trapassato inveiva contro la donna che ormai in posizione fetale non reagiva più.

Dopo aver fratturato il setto nasale al tossico, il lavavetri già pronto a rientrare, si fermò un istante ad osservare la minuta figura accovacciata per terra.
La tipa era messa male. Già da un po’ d'anni. Sulla quarantina (ma non ci avrebbe giurato). Occhi verdi. Scavata in viso. Nella sua precedente incarnazione doveva essere stata persino una bella donna: secoli prima.
Tremava. Riccardo non pensò che fosse il completo in pelle che la facesse sudare come una fontana. Il braccio sinistro aveva un rampicante tatuato che si inerpicava fino a scomparire sulla spalla, il destro sembrava fosse stato preso di mira da un nugolo di insetti. Velenosi.
Aiutandola ad alzarsi Uappala le domandò:
"Ehm, ti senti bene?"
Asciugandosi il viso con la mano venosa ribattè:
"Benissimo... Era meglio se non ti impicciavi. Ora che faccio? Quello stronzo ha tutti i miei soldi..."
Riccardo si stava già stizzendo.
"Va bene ho capito. Goditi il fresco, io torno a casa."
"Aspetta... Cè l'avresti un bicchiere d'acqua?"
L'idea di avere quella disperata in casa non lo seduceva particolarmente.
"Va bene. Sali. Non ho molto tempo tra dieci minuti devo uscire."
Era la scusa migliore che gli era venuta in mente lì per lì. Uappala non brillava certo in fantasia.
La tossica si accomodò su una sedia della scarna cucina. L'unica donna che avevano conosciuto quelle mura era stata la compianta mamma.
Sempre in mutande le posò sul tavolo un bicchiere d'acqua del rubinetto.
"Grazie. Mi chiamo Magda." Non gli tese la mano.
"Riccardo. Abiti da queste parti?"
La donne bevve in un sorso mentre l'acqua le bagnava il viso, uscendo da due rigagnoli tra gli angoli della bocca e il bicchiere. Si asciugò con il dorso della mano.
"Posso averne un altro? Questo caldo è micidiale. Ma tu non ci vai al mare con una giornata così? Io non sopporto la spiaggia nei week-end. Troppa gente sudata e imbecille."
Il lavavetri alzò le spalle. Magda continuò imperterrita.
"Una volta avevo scoperto una caletta alla quale si arrivava attraverso la ferrovia. Deserta. Selvaggia. Rocce a strapiombo sul mare. Sembrava di stare in un sogno. Tu non hai mai sognato una spiaggia tutta tua?"
L'uomo semi nudo la fissava con il bicchiere vuoto a mezz'aria.
"Un bel giorno di luglio, l'estate scorsa mi pare, arrivandoci nel primo pomeriggio scoprii che non era più il mio posto segreto. C'erano almeno cinquanta bagnanti. Tutti tranquilli a prendere il sole e a mangiare panini.
Mi misi ad urlare. Gli gridai di andare via. Quel posto era solo mio."
Riccardo le porse il bicchiere nuovamente colmo.
Ci fu una pausa.
"E poi che capitò?"
La donna si portò il bicchiere alla bocca.
Sconsolata.
"Me ne andai."
Riccardo sorrise. Era simpatica ma l'eroina le aveva ormai grigliato tutti i neuroni. Lui le raccontò del suo lavoro. Di quanto lo amava e del fatto che a parte la musica e il cinema avesse ben pochi amici, qualcuno tra gli impiegati che lavoravano negli uffici dove prestava i suoi servigi. Arrivò addirittura a confidarle che non sopportava la maggior parte delle persone che in realtà non perdevano occasione di dileggiarlo per come lavorava o come si muoveva.
Magda annuiva e beveva. Nelle quattro ore che passarono insieme quel quindici agosto si bevve almeno venti bicchieri d'acqua e non gli chiese mai dove era il bagno.
La donna quando rideva sembrava persino carina, nonostante il suo aspetto emaciato e sofferente le donasse un'aura perennemente dannata.
Diceva di essere divorziata da due anni e che viveva in un monolocale con quello che le passava il suo ex: un operaio metalmeccanico. Amava la letteratura sud americana e i film francesi.

Marco Giorcelli


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