Magazine Martedì 4 settembre 2001

Il lavavetri permaloso

I parte

Magazine - Aveva la schiena incollata al lenzuolo e nemmeno le pale di un ventilatore da osservare. Aveva sempre desiderato un grosso ventilatore di metallo. Appeso. E di quello ne avrebbe avuto bisogno. L'estate era calda, veramente... calda. Il suo sogno era sempre stato quello: svegliarsi in una tarda mattinata d'agosto e vivere un'avventura come in quel celebre film anni sessanta, dove un automobilista sfaccendato riusciva a convincere un timido studente a seguirlo sulla sua bella decappottabile, attraverso una Roma deserta.
Una storia con un finale tragico. Riccardo Uappala non desiderava certo morire in un incidente stradale il quindici di agosto ma d'altro canto nemmeno le chitarre del suo stereo riuscivano a toglierlo dallo stato larvale nel quale si trovava. Si tirò su dal materasso producendo lo stesso rumore del nastro adesivo staccato dalla carta e faticando si avvicinò agli scuri della finestra. Le lame di sole facevano male e mostravano le danze della polvere. La strada era deserta. Chi mai avrebbe potuto andarsene in giro durante una giornata così.
L'idea della ressa sulla spiaggia lo ripugnava. Bambini, chiacchiere, sudore, gente grassa, allegria a poco prezzo.
Gironzolando per la camera da letto finì di fronte allo specchio. Era nudo. Non si piacque. Segaligno con gambe e braccia come gli stecchi del ghiacciolo. La testa sembrava avvitata sul corpo sbagliato. Come se un operaio della catena di montaggio fosse stato distratto mentre arrivava il suo corpo da completare e senza accorgersene avesse preso il capo di un pinguino montandoglielo sopra. Un bel casino fare un reclamo adesso. Oggigiorno esiste una garanzia per tutto. Quasi tutto.
Si mise le mutande evitando di riflettere su quello che avrebbero contenuto.

Riccardo Uappala era un lavavetri. Professionista. Non come quei disperati che ti puliscono il parabrezza ai semafori. Lui era serio. Molto serio.
A lui spettavano le vetrate di uffici, banche, negozi. Era tra i più richiesti nel suo settore. E vederlo all'opera era uno spettacolo. Molleggiandosi sulle gambe e curvando il busto creava grandi ovali di schiuma che poi sempre con la stessa tecnica circolare tirava via con il suo ferro del mestiere. Una specie di danza flessuosa che, dopo anni di onorata carriera, ormai gli era entrata dentro. La sua camminata infatti sembrava dettata dallo stesso ritmo: un incrocio tra break-dance ed un mambo al rallentatore. Andava spedito per strada, con il suo secchio pieno di attrezzi, come se avesse delle molle sotto le scarpe. Un uomo con una gravità tutta propria. Ma la gente questo non lo capiva. C'era sempre qualche idiota invidioso pronto a fare commenti, risolini e sgomitate quando lui passava. Mentre lavorava sentiva gli sguardi di scherno intorno a sé ed ormai aveva imparato a riconoscere gli impiastri che avrebbero voluto dargli noia.
Una notte aveva incrociato due giovinastri per strada che non appena sorpassatolo avevano cominciato a ridere. Riccardo aveva fatto marcia indietro e aveva iniziato a tampinarli restando a due metri di distanza. Dopo alcuni minuti, accortisi di essere seguiti, si erano fermati per vedere che succedeva.
Li aveva subito fronteggiati domandandogli che trovavano di tanto divertente in lui. Era teso e pronto a colpire per primo. I due se l'erano fatta sotto ed avevano cominciato a balbettare giustificazioni senza senso. Li aveva graziati andandosene, lasciandoli come due allocchi.

Quel pomeriggio d'estate non sapeva che fare. Il disco era finito e la puntina gracchiava girando a vuoto. Mezzogiorno. Un vociare attirò la sua attenzione. Non erano i vicini e nemmeno un telegiornale troppo alto. Ah certo, erano i soliti tossici che si azzuffavano per le loro storie. Avvicinandosi agli scuri della sua camera vide in strada, proprio sotto casa sua, una coppia che litigava.
C'era un uomo sui trent'anni (ma da come era consumato poteva averne benissimo venti o quaranta) che strattonava una tipa dai capelli rosso fuoco. Dalla sua posizione Riccardo non riusciva a vedere bene la donna ma da come barcollava non doveva essere esattamente in forma. Il lavavetri non aveva mai avuto grossi pregiudizi nei confronti dei drogati e, abitando in un quartiere dove l'eroina la trovi più facilmente del pane, aveva imparato a convivere con quella bizzarra fauna. Più o meno come stava attento a non calpestare gli escrementi di cane.
Il diverbio si stava facendo sempre più acceso e dagli stralci di conversazione che riusciva a udire aveva ormai capito che la donna aveva un debito con l'uomo.
Uappala girò la facciata del disco e tornò a stendersi sul letto. La chitarra dei Deep Purple si presentò. Gli altri strumenti ricambiarono inchinandosi uno alla volta. Finalmente l'unisono cavalcò la stanza e lui sentì che i nervi si cominciavano a rilassare.

Marco Giorcelli

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