Concerti Magazine Lunedì 27 agosto 2001

Deep Purple, duri (d)a morire

Ta-ta-taaaa-ta-ta-taataaaa, chi non conosce l’inizio di “Smoke on the Water”?
Chi non ha avuto fra le mani almeno una volta una copia di “Made in Japan”, il loro disco pilastro del rock? I Deep Purple sono un tuffo nel passato, nella storia del metal, quando ascoltarlo era trasgressivo, cosa da duri con la moto.

Basta guardare la foto per avere una stretta al cuore, adesso che le chitarre distorte sono diventate di pubblico dominio e “la roba più dura che c’è” passa tranquilla su mtv all’ora di pranzo. Sarà difficile, per chi è cresciuto con i Prodigy, capire i Deep Purple e l’affetto che per loro hanno nutrito le generazioni passate. Allora, quando la televisione era in bianco e nero e aveva grosse manopole e baffi da orientare, la musica che sentivi indicava la tua tribù di appartenenza. I dischi, grosse pizze di vinile massacrato dall’ascolto continuo, avevano copertine colorate e psichedeliche, e i Deep Purple erano cose da grandi.
Te li passava un fratello maggiore con il fascino del ripetente quando riteneva fosse giunto il momento per te –sbarbato- di farti un’idea di cosa era veramente la musica, non quella roba da ragazzini. Il disco dei Deep Purple che finiva nelle tue mani, non era un “supporto audio”! Era il peccaminoso testimone, il rito di iniziazione di una società segreta di poco di buono che aveva finalmente decretato la fine alla tua pubertà.

Perdita dell’innocenza, responsabilità, segreta speranza, un giorno, di trombare: Questo sono i Deep Purple per la mia generazione, sì proprio quei cinque “tamarri da paura” nella foto. Così assimilavi i riff di Richie Blackmore e qualcuno finiva per comprare una chitarra elettrica, lasciarsi crescere i capelli. Il piercing non esisteva. Il tatuaggio era da solo sufficiente a lasciarti senza lavoro per tutta la vita se non sulla banchina di un porto.

Che bei tempi.
Certo, “Smoke on the Water”, “Highway Star”, “Lazy”, “Child in Time”, possiamo discutere sul suono dell’organo Hammond, possiamo fare dell’archeologia del rock, ma ormai non conta più. Siamo in pieno revival, la musica è passata di lì e si è diretta altrove mentre i “rockers” rifiutavano l’uso del campionatore e delle tastiere, a favore di altri usi ed abusi di sostanze psicotrope. Così i Deep Purple sono in tutto e per tutto dei monumenti.

Blackmore non c’è, sostituito da Steve Morse in questo tour. Tutto il resto dovrebbe essere in grado, fiato permettendo, di farci tornare ragazzini per un paio d’ore, che poi un rocker si vede dal vivo, e dal vivo va bene tutto.

Martedì 28, 21.30, al Palasport. Sito web:

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